Taylor, la taglia giusta per il tennis

Taylor Townsend è alta un metro e 68, pesa più di 70 chili, qualcuno dice 78, e non gliene frega niente. Fa la tennista a modo suo: attaccando. Serve & Volley, quella cosa lì. Ieri notte ha spostato fuori dagli Us Open Simona Halep, la agilissima campionessa di Wimbledon. E’ andata a rete 106 volte – centosei – ricavandone 64 punti. Uno spettacolo. Carne abbondante, polso fermo, talento che lèvati. E che sorriso, alla fine, in mezzo alle lacrime. «Questo successo significa così tanto per me».

Ah: Taylor è nera. Come le sorelle Williams, come Lory McNeill, che eliminò Steffi Graf a Wimbledon. Come Zina Garrison, che a Wimbledon ci arrivò in finale e ha sempre detto: «capisco Taylor: io avevo gli stessi suoi problemi». Come Chanda Rubin, Sloane Stephens, Madison Keys. Come la quindicenne prodigio Cori Gauff che ha incontrato Naomi Osaka, nera anche lei: metà giapponese e metà haitiana, a ottobre dovrà scegliere se restare giapponese o diventare solo americana.   

Tutte comunque nipotine di Althea Gibson, la prima nera ad alzare una coppa dello Slam. Erano gli anni ‘50, alla ragazza della South Carolina impedivano di entrare negli spogliatoi riservati alle avversarie bianche, lei le batteva in campo. Picchiando forte, scendendo a rete. Campionessa a Parigi nel 1956, a Wimbledon e agli Us Open nel 1957 e 1958. «Per stringere la mano alla Regina d’Inghilterra – diceva – ne ho dovuto fare di strada da quando mi costringevano a sedere nei posti riservati ai neri sul bus per Wilmington, North Carolina». Ha tracciato il solco, è morta povera. Quest’anno le hanno intitolato una statua a Flushing Meadows. Serena Williams, 25 milioni di dollari all’anno in montepremi e contratti, le ha dedicato parole molto belle.

Di Taylor si erano (quasi) perse le tracce dopo il Roland Garros 2014. Aveva 18 anni, arrivò al terzo turno facendo arricciare il nasino alla Cornet e alzare il sopracciglio a molti. Compresa la federazione Usa, che le aveva tagliato i fondi perché Taylor sfiorava il quintale e non dimagriva. Perché non dava retta al programma anti-obesità di Michelle Obama. Giocava bene, mangiava male. Non si fa, e basta. Non importa cosa c’è dietro.

Cioè l’infanzia a Chicago, il divorzio dei genitori, molte lacrime nascoste. E il tennis, «che è stata la mia fuga dai problemi della vita». Qualcuno pronto a spegnerti il cero si trova sempre. Di solito sta dietro una scrivania, indossa un badge, compila regolamenti. Chiede di rispettarli. Nel 2012 Taylor era stata la migliore junior del mondo, ma non bastava. «E’ stato difficile. Ero una ragazzina, ma non come quelle che si vedono in giro per il circuito, magre e alte. Io sono bassa e muscolosa. Non posso farci niente. Non capivo cosa volessero da me. Stavo cercando di tirare giù il mio culone e loro mi dicevano che ero grassa. Sono sovrappeso, okay, ma sto bene nel mio corpo. Non è obbligatorio essere tutti della stessa taglia per giocare a tennis».

A Parigi arrivò con i soldi raccolti dai soci del suo club di Chicago, che, guarda l’ironia del mondo, si chiama XS. Quindici dollari a testa per arrivare ai 1000 necessari a comprare il biglietto aereo. Il resto ce l’aveva messo lei, vincendo due tornei per conquistarsi una wild card; e mamma Sheila, spaccando il salvadanaio.

Al Roland Garros la fermò la Suarez Navarro, la classifica diceva n.102 del mondo. Ma ci sono sogni difficili da portarsi dietro, così un anno dopo Taylor era di nuovo 300 e qualcosa, costretta a giocarsela nei torneini Itf, come quello di Pelham, Alabama. Rifilando magari un 6-0 60 nelle qualificazioni a Gail Falkenberg, anni 69. Non il massimo. Per risalire ha dovuto togliersi un peso di dosso: le idee degli altri. E’ ricominciata l’emersione. Numero 94 nel 2017, 61 nel 2018. Di nuovo giù, numero 161, quest’anno prima degli Us Open. 

«Per un anno e mezzo mi sono tolta dai social. Ero stanca, non poteva andare avanti così. Mi sono detta: ma chi l’ha mai conosciuta ‘sta gente? Cosa ne sanno di me? Quando sono rientrata ero più matura. Cresciuta. Ho imparato che quello che dice la gente è nulla: il vuoto. Adesso lo so nel profondo del mio cuore, se capite quello che intendo. Perché la gente parla, parla. Ma non sa la fatica».

I Townsend a Chicago sono amici da sempre degli Young. Il coach di Taylor, anche adesso che vive ad Atlanta, è Donald Young senior. Il papà di Donald junior, che doveva diventare l’Agassi Nero, o il Jordan del tennis, con l’orecchino, l’occhiata sgherra, il cappellino storto e i contratti a sei cifre, ma che dal suo discreto talento ha estratto al massimo il numero 38 del ranking, nel 2012. Oggi ha 30 anni ed è numero 195. Taylor ha diviso mille colazioni con lui, i tragitti in bus dall’hotel al tennis, ha ascoltato i suoi consigli. Ma non vuole fermarsi lì. «Ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutato, la mia famiglia, il mio coach che mi ha insegnato che sei tu che devi avere il controllo della situazione. Che devi essere  forte, che devi essere te stessa, non importa quello che succede. Che in campo devi essere capace di stare in piedi da sola. Vinci, perdi, dipende comunque da te».

Così dopo tre sconfitte nelle quali non era riuscita mai a strappare nemmeno un set alla Halep, a New York ha cambiato tattica. «Le altre volte correvo dietro alla palla, giocavo per non perdere, stavolta ho giocato per vincere. Mi sono chiesta: ma che cosa hai, davvero, da perdere? E’ la tua occasione, prenditela. E ho giocato il mio tennis».

A rete, e al diavolo la bilancia, le paure, i sorrisini dalle tribune, i consigli per le diete su Cosmopolitan. Sono arrivati gli applausi.

Althea avrebbe approvato. 

  

   

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