Jubb, in missione per i genitori scomparsi

Paul Jubb ha 19 anni ed è il n. 472 del mondo, ma quest’anno ha giocato a Wimbledon – perdendo al primo turno dal n.69 del mondo Joao Sousa – dove non aveva la classifica neppure per entrare nelle qualificazioni. L’All England Club ha deciso di dargli una wild card, un invito, e ha fatto bene. Perché di partite, nella vita, Paul comunque ne ha già vinte parecchie.

Suo padre, Sean Jubb, era un militare dello Yorkshire Regiment: 38 Victoria Cross raccolte fra Waterloo e lo sbarco in Normandia, il reggimento più sportivo di tutto l’esercito britannico, 11 nazionali di rugby e un capitano della nazionale di cricket. Sean si è suicidato a 30 anni, poco dopo la nascita di suo figlio. Aveva servito in Bosnia e Irlanda del nord, soffriva di stress post-traumatico. Mamma Jacinta è morta nel 2008 quando Paul aveva 9 anni.

A tirarlo su è stata la nonna paterna, Valerie, a Hull, dove si è trasferito bambino da York. Case popolari, assegni di famiglia, i primi colpi tirati al Pelican Park, su campi pubblici semiabbandonati. «Ho scelto il  tennis perché è uno sport individuale – spiega – e a me non è mai piaciuto contare sugli altri. Se perdi è colpa tua, le decisioni che contano le prendi tu. Serve a formare il carattere». Notato da James Trotman, l’ex coach di Kyle Edmund, l’attuale n.1 inglese, Paul ha vinto i campionati nazionali under 16 e una borsa di studio per gli Usa. Nello scorso agosto con l’University of South Carolina ha vinto – come Connors e McEnroe, ma primo britannico di sempre – il singolare del campionato universitario NCAA, a Orlando. Aveva diritto ad una wild card agli Us Open, la federazione yankee però gliel’ha negata perché non è cittadino americano, e chissà se c’entrano Trump e la Brexit. Wimbledon ha rimediato.

A Church Road ha gareggiato da dilettante, senza incassare il prize-money: fanno 50 mila euro e spiccioli per la sconfitta al primo turno. Paul studia economia, in particolare gestione della vendita al dettaglio, quindi sa stare attento ai conti, «ma passare pro è una tentazione minore perché sono ancora giovane rispetto alla gente che viene dal college. Ho iniziato presto. Voglio finire il mio ultimo anno, poi mi dedicherò al tennis. Adora Djokovic, il tennis lo studia anche passando ore su internet. «Lo sport universitario negli States è importantissimo – spiega – per sfruttarlo al meglio serve la giusta mentalità. Io credo di averla».

Prima dei Championships a Eastbourne ha battuto il numero 81 del mondo, Andrey Rublev, giocando un tennis da erbivoro, elegante, fluido. A Surbiton qualche settimana fa durante un match si è alzato la maglietta per asciugarsi il sudore. Sul torace porta tatuati due nomi: ‘Sean’ e ‘Jacinta’. «L’ho fatto a Natale, è un modo di ricordarli. Sono morti quando ero piccolo, e non ho voglia di parlare troppo. Così saranno sempre con me».   

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