Newgarden, il pilota perfetto

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Josef Newgarden piace anche a Forbes. «Negli ultimi dieci anni la IndyCar è stata dominata da piloti nati all’estero», scriveva alla vigilia il sito internet dalla famosa rivista economica statunitense. «Piloti come Helio Castroneves, il campione uscente Simon Pagenaud, o il vincitore della 500 Miglia Takuma Sato aggiungono alla Indy Car un sapore internazionale che la Nascar, ad esempio, non ha. Ma i fan più occasionali delle corse spesso hanno solo voglia di tifare per il campione di casa.

Nel suo primo anno con il team Penske Newgarden è passato dall’essere un giovane promettente a rappresentare il volto della categoria. Sfoggia un look da bambolotto Ken, ma allo stesso tempo è un ragazzo molto genuino e semplice che non si prende troppo sul serio». Una parte di Hollywood, una della provincia americana più profonda, una terza di talento puro. Mescolate con cura: a chi, negli States, non piacerebbe un cocktail del genere?

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Josef Newgarden non è un predestinato, perché a correre sul serio ha iniziato solo a 13 anni, e non ha nulla del Messia alla Senna, ma è l’uomo che la IndyCar aspettava. Il primo all american boy a prendersi il titolo dopo 5 anni, e il più giovane campione nel mondo americano delle ruote scoperte dai tempi di Jacques Villeneuve, ma anche un pilota sufficientemente maturo per resistere alla pressione di un ambiente che lo aveva già etichettato da tempo come la Grande Speranza Americana. E per gestire perfettamente l’ultima gara della stagione, quella che gli ha dato il titolo in Alabama. Non facendosi innervosire dal sorpasso beffardo di Pagenaud, tenendo sempre i nervi sotto controllo e accontentandosi di un secondo posto più che sufficiente per completare la missione.

Un 26enne che ha sempre sognato di arrivare lì, ad alzare il coppone, ma che sui suoi sogni ha sempre avuto l’intelligenza di scherzarci sopra. Godendosi un Mardi Gras a New Orleans insieme al ‘sindaco’ Hinchcliffe, oppure girando quasi da solo un mini-documentario («Vita da piloti») in cui nel 2013 si riprendeva nelle gesta e nelle ossessioni di un fantomatico driver talmente posseduto dall’amore per le corse da non togliersi tuta e casco neppure per fare la doccia. «Se non avessi fatto il pilota probabilmente avrei fatto il regista o il documentarista», ha confessato qualche tempo fa. «E’ un mestiere molto divertente e creativo».

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Suo papà Joey, ex pilota di stock car in gioventù, del resto non aveva in mente per Josef una carriera da idolo delle piste – tutt’altro. Ne temeva i pericoli, e per Josef pensava ad un futuro da avvocato, da medico, al limite da campione di baseball o di basket. «Quando aveva 13 anni gli dissi: okay, ti farò correre sui go-kart. Però devi darmi più baseball e più pallacanestro». Non che Josef non l’abbia accontentato, intendiamoci, comportandosi fra l’altro da studente modello con tutti ‘A’ (il nostro 10) in pagella. Solo che a 15 anni è diventato chiaro a tutti in famiglia, mamma Tina compresa, che la vocazione del piccolo erano i motori. «Papà, non ce la faccio più a dedicarmi a tutti questi sport e a studiare insieme», argomentò, molto sensatamente Josef. Devo concentrarmi su una cosa sola». E così anche Joey si dovette rassegnare.

La storia dei Newgarden è anche una storia di sacrifici. Fatta di almeno 20 weekend all’anno passati a guidare da Hendersonville, Tennessee, al Motorsport Park di New Castle, nell’Indiana, di proprietà di Mark Dismore, il primo mèntore di Newgarden jr.

«Non abbiamo iniziato a farlo correre a 4 o 6 anni, abbiamo iniziato a 13», ha raccontato a Leeds papà Joey. «Da lì in avanti, però, per 10 anni buoni non abbiamo fatto che spingere, spingere, spingere, e fare tutto quello che era necessario per mandare avanti le cose nel mondo migliore. Era un bambino divertente Josef, gli piacevano le corse e le guardava in tv e poi le riproduceva nel nostro giardino. Ora cosa posso dire? Solo che ne abbiamo fatta, di strada. Che sono orgogliosissimo di lui. E che ho una gran voglia di piangere di gioia».

Fra l’altro Newgarden è riuscito a far brillare definitivamente la vetrina delle monoposto anche in una fascia degli Stati Uniti dove solitamente è un’altra categoria a dominare. Da Nashville a Leeds, in Alabama, nel Deep South degli States, sono anni che avviene regolarmente la transumanza di un piccolo popolo, la Newgarden Caravan, fatto dei parenti e di almeno 50 amici di Josef, avanguardia di un esercito di fan della IndyCar in territorio ‘nemico’.

«La IndyCar si sta muovendo molto bene», sostiene Joey. «Quello che hanno fatto fra la Florida, New Orleans e l’Alabama è una gran cosa. Tutti pensano che questa sia la patria della Nascar, ma non è per forza così. Specie se ami le ruote scoperte come Josef: avrà tempo di guidare le macchine con il tetto più avanti, se lo vorrà…».

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Dopo il kart Newgarden ha corso fra 2006 e 2008 nella Skip Barber, poi per un paio di anni si è fatto le ossa in Europa con la Formula Palmer Audi e la Formula Ford, affacciandosi anche in GP3. Tornato negli Usa ha dominato la IndyLights nel 2011 con Sam Schmidt prima di passare nella Indy Car con il team di Sarah Fisher, Wink Harman ed Ed Carpenter. Nel 2016 ha superato in appena due settimane un incidente decisamente terrificante da cui era uscito con fratture alla clavicola e alla mano, poi è arrivata la firma con Penske, in un team popolato di star della categoria.

Ma se a Pagenaud erano serviti due anni con il team per vincere il titolo, a Will Power cinque (e tre secondi posti) e Castroneves non c’è ancora riuscito dopo diciassette stagioni, Josef ce l’ha fatta al primo colpo. Il tutto senza perdere il suo preziosissimo lato umano.

«Josef è sempre stato un ragazzo super a posto», dice Mark Dismore. «Molto simpatico, umile, cordiale con tutti. Nella mia carriera ho vissuto parecchi incubi con gli sponsor per colpa dei piloti, ma Josef anche in quel senso è il meglio che ti puoi aspettare. Il sogno di qualsiasi sponsor».

Forse non a caso la sua incantevole fidanzata, Ashley Welch, fa di mestiere l’animatrice nei villaggi per bambini della Dysney, dove impersona Biancaneve e altre principesse assortite. Il sogno di Newgarden, il pilota perfetto, per ora assomiglia davvero alla più riuscita della favole americane.

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