Del Potro, il diritto di riprovarci

Crack! il rumore di un ramo che si spezza, il lampo giallo della palla che sembra arrivare prima ancora di essere colpita. Un diritto di Del Potro. Chi era sul campo il giorno della finale degli Us Open 2009 se lo ricorda. «Una delle partite che vorrei rigiocare», dice Federer, lo sconfitto. E’ stato accontentato.

«Secondo me il diritto di Nadal è molto alto in classifica, forse il mio preferito se parliamo di un’intera carriera», spiega il Genio, quando gli chiedono una classifica dei colpi più devastanti del Millennio. «Quello di Juan Martin però è piatto. E se lo giochi così i margini di errori sono minori. Devi essere in una buona posizione di campo, per riuscire ad eseguirlo; ma lui ce la fa anche da molto indietro. Quello che mi piace è che non ha paura di tirarlo. Non gli importa se ne sbaglia qualcuno, continua a provarci fino a quando non trova il ritmo giusto, il movimento giusto. Usa un’apertura molto ampia, così hai l’impressione che finirà per essere in ritardo sulla palla. Ma alla fine si trova sempre nella posizione giusta».

Kafelnikov, Sampras, Courier, certo. E le sberle di Fernando Gonzalez, mano de piedra, il Bombardiere de la Reina. Federer, ovviamente: la sua fluidità. Il diritto di Delpo però è un’altra cosa. Lo aspetti, lo senti che taglia l’aria. Un falco che picchia ai 300 all’ora, e quasi stacca la mano all’addestratore che gli porge la preda già morta. Un brivido, un numero da Circo. L’attrazione che sei venuto a vedere. Passa, è una frazione di secondo. Trattieni il respiro. Scatti in piedi. Applaudi. Era quello che volevi, no?

Otto anni fa un Delpo ventenne, sfacciato, senza un grammo di paura addosso usò il diritto machete per disboscare il Genio, che sull’Arthur Ashe aveva cresciuto una foresta di cinque titoli consecutivi, dopo aver tranciato Nadal in semifinale. Pareva l’inizio di qualcosa di barbaro e di grande, ma fra il 2010 e il 2015 ci sono messe di mezzo quattro operazioni ai polsi, una al destro, tre al sinistro in un’anno e mezzo. Molta sofferenza, qualche altra partita immensa – alle Olimpiadi, nell’ultima finale di Coppa Davis – sparsa in anni pieni di dubbi e dolori. Di giornate sbagliate, in cui Delpo è stato sul punto di voltarsi, chiudersi l’ultima porta alle spalle.

«Il momento peggiore è stato nel 2015, a Miami», ha raccontato all’Equipe. «Venivo dalla seconda operazione, stavo tentando di rientrare. E mi ero accorto che non riuscivo a giocare. Basta, mi sono detto, è finita. Mi fa troppo male, così non va. Sono tornato a casa, per due o tre mesi non ho fatto nulla, ero in piena depressione. Poi un giorno il chirurgo americano Richard Berger mi ha chiamato al telefono: voleva tentare una terza operazione».

Lunedì, in una serata elettrica, Delpo è tornato a folgorare alla sua maniera. Trasformando il Grandstand di Flushing Meadows in una frazione di Tandil, Argentina. Lacerando in cinque set le speranze per niente banali di Dominic Thiem, il n.8 del mondo. Sotto di due set, febbricitante, si è scavato dentro un’impresa che resterà. Ha usato il diritto e il corazon, perché il rovescio, dopo l’ultima operazione che lo costringe ancora oggi a tre ore di esercizi al giorno, ormai serve solo da stampella. Ha usato l’umiltà, una dote che a inizio carriera, a 22 anni, quando il mondo gli si era aperto davanti, non frequentava troppo volentieri. «La stabilizzazione, lo stretching, tanti altri esercizi. Tre ore ogni giorno, può sembrare frustrante. Preferirei allenarmi in campo, per provare di più il rovescio ed essere meno nervoso, più sicuro, quando arrivo in partita. L’unica maniera per farcela è restare ottimista. E rispetto all’anno scorso oggi va molto meglio».

Lunedì sera è preso il terzo set, nel quarto è risalito da 2-5, salvando due matchpoint sul 4-5. Il quinto era un copione ormai scritto. L’hinchada in maglia biancoceleste ha scatenato l’inferno, Thiem si è inchinato con doppio fallo disperato sul secondo matchpoint, Delpo si è piantato in mezzo al campo come un Palito, il suo soprannome, le braccia infinite levate al cielo scuro sopra New York. Un crocifisso laico, un cavaliere elettrico. Un monumento di carne alla passione per il tennis. «A metà del secondo non respiravo, ho preso degli antibiotici, volevo ritirarmi», dice. «Poi il pubblico, quel break all’inizio del terzo set, mi hanno dato la forza di continuare». Per Federer – che dopo essersi bevuto Kohlschreiber come una tisana per la 12esima volta su 12, Delpo se lo ritroverà di fronte oggi nei quarti – è un fantasma che ritorna mulinando un falcetto. Ma un fantasma stanco. La gente, quella, da tempo è tutta con lui. Con quello sguardo azzurro, da mattina panamericana. Da bambino ferito, ingenuo e feroce, e poi di nuovo buono. E felice. Come quando dice al microfono: «Cosa voglio ora? Be’, onestamente dopo un match così vorrei che dessero la Coppa…».

«La gente mi ama e viene a vedermi perché sa quanto ho sofferto», sorride l’idolo di tutti. «E vuole vedermi tirare il diritto: anche a me piace tirarlo, vedere che si alzano in piedi. Per me sarà un onore giocare di nuovo contro Roger, in questo torneo, tanti anni dopo. Una cosa speciale. Non succede sempre, ma quando sono in forma posso essere ancora pericoloso per tutti». Vale la pena di sognare che sia una di quelle volte. Se non altro perché Del Potro ha sognato tante volte, e molto bene, con molta forza, di poter tornare qui. A ventotto anni, senza troppe certezze, ma con il diritto, tutto il diritto del mondo di riprovarci.

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