Federer, il McCartney del tennis

Più Federer di così, è difficile. La prima volta che il Genio ha giocato a Miami era il secolo scorso, dal suo penultimo successo sono passati 11 anni, ma il Tempo gli è scivolato addosso. In Florida ha battuto 6-3 6-4 Rafa Nadal, ed è la terza volta quest’anno che gli riesce dopo gli Australian Open e Indian Wells. Quando i due fenomeni entrano in campo il pubblico delira, ormai sembrano gli ultimi due Beatles. Solo che testi e musica li firma sempre lui, il McCartney del tennis.

E non si parla di yesterday, ma di Let it be: lascia che sia. Lascia che Roger Federer, che ad agosto compirà 36 anni, provi a riprendersi il numero 1 della classifica. Tre mesi fa sarebbe sembrata follia pura, Federer era di ritorno da sei mesi di pausa, nessuno avrebbe scommesso a cuor leggero un franco sul suo menisco ricucito. Oggi siamo ai calcoli, alle ipotesi di fattibilità. Il terzo successo contro l’antico rivale gli ha restituito la quarta posizione (era sceso a 17 a inizio anno), a 6610 punti di distacco da Andy Murray, il Number One in bacino di carenaggio per un gomito malridotto. Ma da qui agli Us Open, il quarto e ultimo Slam della stagione, Federer dovrà ‘difendere’ solo 1260 punti, visto che nel 2016 ha saltato Parigi e da Wimbledon in poi non ha più giocato. Murray invece ha in scadenza una cambiale da 6620 punti, Novak Djokovic di 5900, Stan Wawrinka di 3745. Nadal, che l’anno scorso non ha giocato a Wimbledon, di 2400. Negli ultimi ultimi 8 anni chi ha chiuso l’anno in cima al ranking ha vinto – in media – 8 tornei, di cui 2 Slam e 4 o 5 Masters 1000. Dopo tre mesi Roger – a cui non riusciva il triplete Australian Open-Indian Wells-Miami dal 2006, il migliore dei suoi anni da professionista – è a quota 3 tornei, 1 Slam e due Masters Series.

Anche i numeri, oltre che il cuore pulsante e incredulo di tutti i federeromani del mondo, dicono che sì: si può fare. Si può sognare. Per lo meno With a little help from my friend, con un piccolo aiuto dei suoi vecchi e nuovi amici, da Murray e Djokovic a Kyrgios e Zverev, ovvero i due talenti più convincenti della Next Gen, la nuova generazione inventata dai creativi del marketing che però stenta a prendersi un diploma di maturità sul campo.

Il più anziano numero 1, da quando esistono le classifiche computerizzate, è stato Andre Agassi, a 33 anni e 131 giorni; più anziano a finire l’anno davanti a tutti Ivan Lendl, 29 anni e 299 giorni nel 1989. Se a 35 anni e 7 mesi Federer è in corsa per l’ennesimo dei suoi tanti record la colpa, certo, è anche di una concorrenza in conclamato affanno. Ma molto merito è suo. Con l’aiuto di Ivan Ljubicic, che a Miami nel 2006 fu suo avversario in finale e oggi gli fa da coach, ha saputo ricucirsi addosso un tennis altrettanto lussuoso, ma più rigoroso, più essenziale di un tempo. Quest’anno lo ha indossato con la solita eleganza da modello 19 volte su 20 (unica sconfitta, molto ‘casual’, contro il russo Donskoy a Dubai), compreso ieri, nel bagno turco di Miami, contro un Nadal mica da buttare, ma incapace di nascondere, lui sì, le rughe del tempo, di tenere il ritmo come un tempo: servizio ad alte percentuali (quando ottiene il 70 per cento dalla prima palla SuperRog è praticamente imbattibile), scambi ridotti all’essenziale per evitare sprechi di energia, diritto e soprattutto rovescio, soprattutto in risposta, giocati con i piedi sulla riga di fondo, se serve di controbalzo. La sua terza giovinezza si sta trascinando dietro quasi per osmosi vecchi nemici, come Nadal, che da oggi risale al numero 5, nuovi discepoli come Kyrgios, e sta riuscendo nel miracolo di trasformare un abbozzo di Medioevo (tennistico) in un nuovo Rinascimento. Lunga vita, all’uomo che continua a comporre la colonna sonora della nostra meraviglia.

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