Italia, il Sei Nazioni più difficile

RBS Sei Nazioni 2015, Edimburgo, Murrayfield, Scozia v Italia.

RBS 6 Nazioni 2015, Edimburgo, Murrayfield Stadium, 28/02/2015, Scozia v Italia. Maul in avanzamento italiana. Foto: Roberto Bregani/Fotosportit

«Les pauvres Italiens!», se la ride con la stampa francese, il nostro ex ct Pierre Berbizier, e sotto il cielo grigio di Parigi che sgronda pensieri cupi sembra il titolo di certe canzoncine in minore, metà zingare e metà Paolo Conte, che ti suonano con la fisarmonica sul metrò. Solo che stavolta le scatole girano a noi, non ai francesi. «Vengono qui con gente che gioca in Eccellenza, la terza divisione francese: come minimo prenderanno 30 punti», increudelisce ‘Berbize’, il mago che fuggì sdegnato dalla panca azzurra dopo un Mondiale andato a male. Era il 2007, l’Italia si era appena illusa di meritare un posto alla tavola dei grandi con due vittorie nel Sei Nazioni. Invece sono passati 9 anni, 17 dal nostro primo Torneo, e siamo ancora inchiodati lì, al nostro ruolo di tzigani ovali, orgogliosi e malinconici, felici se arriva l’elemosina di una vittoria. Stavolta, nel Sei Nazioni più difficile della nostra storia, raccattarla non sarà semplice. Lo affrontiamo con una squadra né carne né pesce, in cerca di una identità fra infortuni, grandi carriere ormai al tramonto e destini ancora troppo piccoli da decifrare. Jacques Brunel, già sicuro di dire addio all’Italia dell’eterne disillusioni (dopo il Sei Nazioni arriverà l’irlandese Conor O’Shea), ha deciso di rischiare. Per uscire da un infermeria zeppa poteva puntare sull’usato (quasi) sicuro: ha buttato in squadra quattro esordienti, altri due ne ha accomodati in panchina. Un salto mortale, senza rete. All’estremo c’è Daniel Odiete, anni 22, nero a metà ma italiano intero, nato a Reggio Emilia e tornato in Eccellenza al Mogliano dopo una esperienza alle Zebre. Debuttano anche Matteo Bellini, ala del Petrarca, e due terzi della prima linea: il pilone sinistro Andrea Lovotti, 26 anni, delle Zebre, e il tallonatore Ornel Gega, titolare nella Benetton, nato in Albania, in Italia da quando aveva 9 anni. Quasi esordiente anche il mediano di apertura, Carlo Canna da Benevento, alla prima partita da titolare nel ruolo più indigesto per un italiano dopo l’addio di Dominguez. Troppo teneri, i poveri italiani, per la Francia del neo-ct Guy Novés, il Ferguson del rugby che dopo una carriera a Tolosa promette di restituire la perduta grandeur ai Bleus? «Possiamo sbagliare, ma non arrenderci», risponde ai parigini capitan Parisse, che a Parigi ci vive e ci gioca. «In nazionale puoi arrivarci per merito o per fortuna, ma i ragazzi non hanno rubato nulla, sta a noi veterani trasmettere esperienza e serenità. Le chance di vincere sono scarse, lo so. Ma anche quando abbiamo battuto per due volte la Francia a Roma partivamo sfavoriti, in Scozia l’anno scorso eravamo conciati peggio e ne uscita una vittoria». Attorno circolano i veleni di chi vorrebbe vederci fuori dal Torneo e pregusta lo sprofondo, ma il Sei Nazioni è un club privato, per contratto fino al 2026 nulla cambierà. E poi per cosa, cambiare? Per sostituirci con georgiani o romeni? L’ingresso dell’Italia è stata una delle rarissime novità del rugby, che in un secolo abbondante ha sempre custodito con gelosia le sue gerarchie. Qualcosa da poco si è messo in moto. L’essenziale per noi, musicanti di provincia, è non perdere il ritmo anche stavolta.

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