Ferrari, imbattibile nei pit stop

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Okay, avete due secondi a disposizione. Un secondo e ottantacinque centesimi, per la precisione. Come pensate di impiegarli? Be’, potete bervi un sorso d’acqua (ma in fretta, eh). O alzare il telecomando e vedere cosa fanno sul prossimo canale (se le pile sono ben cariche), chiudere il rubinetto dell’acqua che avete fatto scorrere (ma poco) o ricordarvi il nome di una vecchia zia (Augusta o Gertrude?). Se siete Zidane, con un dribbling ci state appena. Se siete Federer, vi basterà a stento per il movimento del servizio, se siete Kobe Bryant per un tiro libero; alla pallina di Tiger Woods quasi sempre ne servono di più per un putt anche vicino, ne passano di più fra stacco e atterraggio di un salto triplo nell’atletica. Se siete Floyd Mayweather, Usain Bolt o Francesco Totti vi va già meglio: riuscirete a correre dieci metri – 1”85 è il tempo esatto che il giamaicano impiegò per percorrere i primi dieci nella finale di Pechino 2008 – piazzare una serie di tre-quattro colpi, dirigere nell’angolino una punizione (bomba) tirata da 31 metri. Se invece fate parte della squadra meccanici Ferrari che a Suzuka due domeniche fa ha cambiato la gomma a Kimi Raikkonen nel 28° giro del GP del Giappone, non c’è problema. Per un pit-stop sono sufficienti.
Intendiamoci: per un pit stop da record mondiale. Nessuno prima di Suzuka era mai riuscito a fare più in fretta, raggiungendo un tempo veramente al limite delle possibilità umane. Anche perché non si tratta di un gesto singolo, ma di un autentico micro-spartito che prevede “battute” rapidissime per autentica orchestra formata da una ventina di persone, da chi materialmente smonta le quattro ruote a chi aziona la “pistola” che serve ad avvitare e svitare i bulloni, da chi manovra il carrello che serve a sollevare la vettura a chi gestisce il “leccalecca” che indica al pilota quando può ripartire. Al pilota stesso, che deve essere superconcentrato e molto reattivo. Non bastano riflessi, precisione, velocità, serve un’armonia assoluta. Tutti hanno un compito e non c’è tempo per vedere cosa stanno facendo gli altri, l’automatismo deve scattare, i gesti sono provati al millimetro. Occhio però: il tempo vero non è quello che appare sullo schermo tv, ma quello registrato elettronicamente dal team a partire dal momento in cui la monoposto si ferma a quello in cui si accende il semaforo verde della ripartenza. Il record precedente (1”92) spettava ai meccanici della Red Bull che l’avevano fissato nel 2013 al GP degli Stati Uniti durante un pit-stop sulla macchina di Mark Webber, strappandolo di un soffio alla Ferrari (1”95 sulla vettura di Alonso al GP del Giappone del 2013). Per riuscirci però oltre a tanti allenamenti i “bibitari” avevano modificato pistole e bulloni in modo da “oliare” sempre di più l’operazione. Certo sono lontani i tempi in cui, negli anni ’30, due decenni prima che nascesse la F.1, nei Gran Premi le ruote si svitano usando un mazzuolo, e cinque meccanici – in circa 30 secondi e a motore spento – riuscivano a cambiarle tutte e quattro, rifornire di benzina il serbatoio, passare da bere al pilota e pulirgli gli occhialoni. Oggi i minimi dettagli sono diventati ipertecnologici, dai bulloni che si fissano in meno di tre giri alle luci per lo start collegate alla pistola del meccanico (anche se resta sempre una supervisione umana). Gli addetti ai lavori sostengono che in allenamento, lontani dai rumori e dalla confusione di un GP, si può scendere fino a un secondo e settanta centesimi circa. Davvero il tempo di un pensiero. Provate a dirlo ad alta voce: pit-stop. Ecco, fra poco ci vorrà meno a farlo, che a dirlo.

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