Wimbledon, benvenuti al Nick Kyrgios show

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Entra in campo caracollando, con un asciugamano sulla spalla, le cuffiette rosa premute sugli orecchi e lo sguardo torvo che scannerizza le tribune. Quando piazza un servizio ai 210 all’ora, o uno schiaffone supersonico di diritto allarga le braccia e recita da Messia di se stesso. Poi ride, s’incazza, borbotta maledizioni, scherza con i “Fanatics” (i tifosi australiani in maglietta gialla che lo seguono come una tribù fedele), litiga con il giudice di sedia minacciando di lasciare il campo. Commenta ogni punto, anche dell’avversario («yup, good one»), risponde a chi dalle tribune lo invita a tenere la testa nel match («questo non è divertente, amico»). Alla fine vince. E il mondo del tennis, compreso l’educatissimo microcosmo di Wimbledon, applaude e sospira di sollievo. Perché se c’è qualcuno capace di salvare il tennis dalla noia, in un futuro desolatamente privo di Federer e Nadal, be’, vi piaccia o no, quello è Nick Kyrgios. Anzi, meglio: il Nick Kyrgios show.

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Nick è un tipo capace di qualsiasi cosa. Di battere su questi prati Nadal giusto un anno fa, da n.114 del mondo, come di infortunarsi nel sonno («mi sono addormentato sul braccio, al risveglio mi faceva malissimo»). Di fare a braccio di ferro – o a manica di ferro, vista la mise – con Milos Raonic e di vincere la gara a chi fa più ace : 34 a 18. E’ australiano di nascita, mezzo malese e mezzo greco nei cromosomi, vuole diventare numero 1 del mondo. Ma del tennis, assicura, non gli importa niente: «i miei genitori mi hanno spinto a scegliere questo sport, ma io preferisco il basket: se in tv su un canale c’è la Nba e sull’altro il tennis, scelgo la Nba tutta la vita». Un incrocio fra Goran Ivanisevic e Dennis Rodman, o se preferite un giovane Holden versione aussie, di cui magari saremmo anche interessati a sapere tutto – dove è nato e cosa facevano i suoi genitori prima che arrivasse, come è stata la sua infanzia più o meno schifa e tutte quelle baggianate alla David Copperfield… -, solo che lui non ha veramente voglia di parlarne. E comunque se ne frega. «Voglio essere solo me stesso, non cerco di imitare nessuno». Però gli piace Dustin Brown, l’altro entertainer di questo Wimbledon assolato e incerto, guarda caso nero a metà proprio come lui – e chissà che da lassù non ci sia lo zampino di Arthur Ashe, stufo dopo 40 anni di essere l’unico coloured con in bacheca il coppone dorato. In un anno vissuto incostantemente, fra nostalgie di casa e rotture con i suoi due coach storici, Kyrgios è salito al numero 29 del mondo; in ottavi stavolta se la giocherà con Gasquet, può arrivare in semifinale, forse più in là. Non sta simpatico a tutti, perché non ci tiene a piacere a nessuno in particolare, ma ha già stregato il mondo del tennis e le tv, che ieri lo hanno seguito ipnotizzate anche mentre, uscito dal campo e dopo aver rassicurato la security, teneva una mano sulla spalla a un tizio con la t-shirt di Batman che gli gesticolava frenetico accanto. «Chi era? Un fan che durante il match mi aveva detto le cose giuste al momento giusto». E cosa ti diceva, campione? «Non so, cose tipo ‘adesso sparagli un proiettile’. Insomma, voglio dire. Mi ha aiutato». Un tipo così, Nick Kyrgios, anni 20, da Camberra, Australia. Che il dio del tennis ce lo conservi a lungo.

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