Parma, il fallimento di un’idea d’Italia

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A darle della provinciale un po’ ci si sentiva a disagio, perché Parma è città nobile, un filo altera, abituata a sentirsi grande. Anche nel calcio per lunghi anni è stata una squadra che voleva farsi regina, ed è arrivata ad un passo dal riuscirci (da La Stampa). Un’ascesa culminata negli anni ’90, ancora splendente a inizio del nuovo Millennio. Dalle braccia alzate di Capitan Minotti allo sprofondo targato Parmalat, firmato Calisto Tanzi, il demiurgo e il killer di un grande sogno vissuto al di sopra dei propri mezzi ma che in campo mandava valuta vera e piedi nobili. Idee rivoluzionarie, anche: quelle di Arrigo Sacchi, capace di stregare con i suoi furori il grande Milan, poi quelle di Zeman, che in amichevole arrivò a beffare Real Madrid e Roma. La Parma di un modello apparentemente perfetto di integrazione fra sport e denari, abbagliata da cicli dorati: l’epopea di Nevio Scala, il vero profeta, l’uomo della prima Coppa Italia, strappata nel 1994 alla Juve, che già a pensarlo faceva venire i brividi. Poi l’era Ancelotti, prima che nel cuore dell’Italia si aprisse una botola e una città, non solo una squadra di calcio, si accorgesse che la provincia felice può anche trasformarsi in una favola crudele, tirando all’inferno e bruciacchiando il ricordo di grandi imprese. Di grandi vittorie, di una bacheca pesantissima, quasi surreale per una città di nemmeno 200 mila abitanti. Tre Coppe Italia, una Supercoppa italiana, una Coppa delle Coppe, due Coppe Uefa e una Supercoppa europea. Solo Milan, Inter, e Juventus hanno vinto di più a livello internazionale in Italia, giusto ricordarlo adesso perché il Parma è stato soprattutto questo, un sovvertimento, un fenomeno sismico, un assalto al palazzo d’Inverno. Fallito dove falliscono quasi tutte le rivoluzioni: nel trasformare l’incendio in fabbrica duratura, in governo stabile.

L’album delle figurine, mischiando gli anni e le epoche, resta un angolo di paradiso, l’ultimo frequentabile: i prodigi di Zola, quando ancora non era Member of the British Empire, le sventagliate e il fosforo di Veron, le sgroppate di Dino Baggio, le intuizioni di Crespo e Filippo Inzaghi. Le capriole di Tino Asprilla. Una diga difensiva a 18 carati che faceva venire l’acquolina a tutte le teste coronate del pallone europeo: Buffon, Thuram, Fabio Cannavaro. Campioni del mondo passati per il Tardini, cresciuti a “Pérma”, abituati a procurare spaventi alle grandi. Soprattutto alla Juventus, l’avversaria degli scudetti sfiorati, mancati, del grande urrah sempre rimasto in gola alla provinciale senza complessi di inferiorità. Soprattutto quello del ’97, quando il cielo azzurro era lì, a portata di scarpino. Tutto finito nel fondo di magazzino di una storia molto italiana, nel fulgore posticcio di una patacca rifilata a finti russi, dopo gli anni di crepuscolo seguiti al crac Parmalat e la doppia discesa in Serie B, la costituzione della nuova società. Le risalite ardite, l’ultimo lampo del sesto posto in Serie A nel 2013-14 che nascondeva lo sprofondo dei bilanci certificato dall’esclusione dall’Europa League. In campo, sul palcoscenico, ha saputo essere dignitosa, anzi quasi miracolosa fino all’ultimo, il Parma, con l’onestà testarda di Donadoni, i guizzi finiti in mora di Cassano. Anche quando il velluto delle poltrone era sdrucito e i padroni avevano staccato il gas. Se l’Italia avesse memoria, il Parma sarebbe una lezione da imparare.

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