L’Italia del rugby si merita la sconfitta, ma non certi arbitraggi

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L’Italia non sarà cacciata dal Sei Nazioni – anche se il Times non è d’accordo e chiede perfidamente per quanto resisteremo a forza di sconfitte: perché portiamo troppi soldi e non c’è nessuno che possa sostituirci. E poi, come sostiene Sergio Parisse, «perché se sono venuti in 80 mila a vederci e siamo stati capaci di segnare tre mete a Twickenham (mai successo prima, ndr) vuol dire che qualcosa valiamo». Più difficile, come ammette lo stesso capitano azzurro, riuscire a spiegare come si può perdere 47-17, sei mete a tre, e non essere poi così abbattuti. Proviamoci. Per un ora l’Italia non solo ha retto il confronto con l’Inghilterra ma è addirittura andata in vantaggio, mantenendolo fino a quando lo sciagurato arbitro irlandese Lacey in collaborazione con il collega del TMO ha deciso che un’inesistente meta di Billy Vunipola andava assegnata («per noi non c’era», il coro di Parisse e del ct Brunel). Poi è tornata sotto con una splendida meta di Luca Morisi a inizio secondo tempo (18-10) e nel finale ne ha piazzata una terza, sempre con Morisi, dimostrando di avere ancora voglia e gambe. E soprattutto di non meritare certi arbitraggi che avviliscono lo spirito del gioco (la sudditanza psicologica è anche ovale). Come ha scritto Stephen Jones, il guru del rugby anglosassone, «sono (noi italiani, ndr) stati assassinati nei punti d’incontro dall’arbitro, che pareva avere due libri del regolamento a seconda di chi aveva la palla in mano». Credo possa bastare. Gli azzurri avrebbero perso lo stesso e stanno lì a dimostrarlo «i dieci minuti in cui abbiamo perso il controllo del match», come riconosce Brunel, incassando tre mete. E poi le bambole in difesa, il disgraziato bilancio nei calci di Kelly Haimona (0 su 4). Ma se al 50′ fossimo stati avanti 15-13, in casa dei Maestri, non ci sarebbe stato nulla da ridire. Dopo il deprimente match con l’Irlanda insomma non è arrivato il massacro di San Valentino che pregustavano i tabloid inglesi. Resta la sconfitta, e pesante, insieme alla sensazione che l’Italia abbia ritrovato la voglia di osare. Manca sempre il famoso “echilibre” tanto invocato da Brunel, ma come promette Parisse «il nostro Sei Nazioni non è ancora finito». Si ricomincia fra due settimane, a Edimburgo, per dimostrare che non siamo gli imbucati del Torneo.

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