Ogier, il nuovo mostro del rally

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Un altro Seb. Un altro “mostro”. Sébastien Ogier ha conquistato il suo secondo mondiale a fianco di Julien Ingrassia e inevitabilmente la nuova dimensione raggiunta con il bis iridato scatena vecchi paragoni e nuovi soprannomi. A dargli del “mostro” è L’Equipe, che oggi gli ha dedicato due pagine per capire e raccontare chi è il campione che dopo Loeb ha iniziato a dominare i rally (quasi) come Loeb. I nove titoli dell’alsaziano sono lontani, lontanissimi, ma a quota due Ogier ha già raggiunto Rohrl, Biasion, Sainz e Gronholm. Nomi importanti, anzi: mostri sacri. E ci è riuscito dimostrando di saper stravincere ma anche semplicemente vincere, senza rischiare troppo, per portare a casa il risultato che conta. «E non sono certo il primo che si comporta così – ha dichiarato a L’Equipe – un altro Sébastien lo ha fatto a lungo, ed è l’approccio giusto. Va bene essere un po’ guasconi, ma alla fine bisogna saper dimostrare di saper anche gestire un campionato». Alla Volkswagen Ogier ha dovuto soprattutto gestire il duello con il compagno di squadra Latvala, che avrebbe potuto scatenare una faida interna dalle ricadute drammatiche. Jost Capito, grande boss del team, però ha fatto onore all’etimologia del suo cognome e ha compreso che non era il caso di fare pressioni, di stilare gerarchie in corsa, di diramare ordini di scuderia immischiandosi troppo, e Ogier ha molto apprezzato. Anche se ha pagato con un paio di brutti incidenti il poco sereno periodo estivo in cui la discussione sul futuro regolamento disciplinare pareva avere lui come bersaglio.

«Se sono un egoista? Be’, quello secondo me è un tratto imprescindibile se vuoi essere uno sportivo di alto livello», prova a raccontarsi «Per anni mi sono dedicato solo ai rally e questo mi ha fatto arrivare così in alto. Ma in estate mi sono sposato e questo mi ha insegnato a condividere un po’ più il mio tempo, e a capire che se voglio essere davvero felice ora le corse non sono più l’unica cosa che conta». Egoismo e orgoglio, un’altra caratteristica che in passato ha provocato qualche problema a Ogier, cresciuto per anni nell’ombra opprimente dell’«altro» Sébastien. «Anche l’orgoglio è necessario per eccellere, ma a volte per me si è trasformato in qualcosa di snervante, che mi faceva perdere il senso della misura. Con gli anni ho imparato a controllarlo. Anche quando ho avuto l’incidente in Germania mi sono detto: non farti distrarre dalle discussioni sul futuro, datti una svegliata e non mettere in pericolo te stesso e Julien».

Sposato con una tedesca di Monaco di Baviera, la presentatrice tv Andrea Kaiser, notissima nel suo paese, Ogier ha imparato anche ad apprezzare le qualità della Germania nel motorsport: «Corro con la Volkwagen, ho sposato una tedesca, e abitando vicino al Lago di Costanza visito spesso Monaco, una città che mi piace molto – mentre ad esempio, essendo nato in un posto un po’ lontano da tutto, in montagna, non riuscirei mai a vivere a Parigi. I tedeschi costruiscono delle gran belle vetture, però hanno un modo di lavorare diverso e bisogna rispettare certe procedure. All’inizio può essere fastidioso, ma sul lungo termine funziona molto bene. Ecco, se c’è una cosa che devo migliorare è la lingia: non parlo ancora troppo bene il tedesco – aggiunge Ogier – Ribery (il nazionale francese stella del Bayern Monaco, ndr) se la cava meglio di me». Al suo fianco nell’abitacolo, Julien Ingrassia è l’uomo incaricato di calmarlo, di farlo sbollire. «Ogni tanto sono impaziente, e allora tendo a diventare aggressivo, Julien sa che in quei momenti è meglio lasciarmi in pace, non parlarmi troppo. Quando sono passato alla Volkswagen ho dovuto vivere un anno di transizione senza il Mondiale, nel 2012, e anche quello stop mi ha aiutato a prendere le cose con più calma . Se ero impaziente di battere Loeb? La verità è che ho sempre avuto fretta, anche nella vita privata. E credo che questo mi abbia aiutato in generale».

L’Equipe gli ha proposto di scegliere fra quattro parole: riso, sogno, rivincita e rigore. «Scelgo rigore, perché io sono fatto così ed è una cosa che apprezzo anche negli altri. Non sopporto invece i disonesti, le cose poco chiare. Sono un tipo diretto, mi aspetto che anche gli altri lo siano. Ma mi piace anche ‘sogno’, perché diventare pilota professionista e campione del mondo era il mio sogno di ragazzo. Fino ad ora l’ho avuta, una carriera da sogno, ma i sogni non sono finiti: mi piacerebbe correre la 24 Ore del Nurburgring, magari provare l’Audi R18 alla 24 Ore di Le Mans». Perché smettere di sognare, in fondo?

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