Nishikori, l’Asia sbarca al Masters

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Il suo nome è Kei Nishikori, ma potete chiamarlo Marco Polo. Non è veneziano, certo, né cinese, ma se quest’anno l’Asia entrerà definitivamente in contatto con il grande tennis il merito è suo. Veloce e testardo come un esploratore, Kei, giapponese 100 per cento ma cresciuto tennisticamente negli Usa dai 14 anni in poi, è il primo tennista asiatico capace di approdare alle Atp World Tour Finals, ovvero al Masters del circuito maschile, il torneo riservato ai migliori otto giocatori dell’anno che parte domenica alla 02 Arena di Londra. Un nuovo passo nella storia del tennis che serve ad allargare la geografia e a ingolosire l’economia: il mercato asiatico, titillato negli ultimi anni dalle imprese delle campionesse cinesi, Na Li in testa, vale potenzialmente vale 4 milioni di appassionati. E aspetta un Messia.

Nel passato ci sono stati Masters anche più cosmopoliti, basti pensare a quello del 1974, vinto da un argentino – Guillermo Vilas – e frequentato da europei (Borg, Nastase, Orantes), statunitensi (Solomon), sudamericani (Vilas e Ramirez), australiani (Newcombe) e persino da un neozelandese (Onni Parun). Ma l’Asia ne era sempre rimasta esclusa. A Londra inoltre esordirà il primo canadese della storia, Milos Raonic, altro migrante sportivo di lusso visto che è nato a Podgorica, in Montenegro, ma ha trovato la sua America a Toronto. Milos e Kei si affiancheranno al croato Cilic, al serbo Djokovic, al ceco Berdych, allo scozzese Murray e ai due svizzeri Federer e Wawrinka, in un puzzle etnico inedito da cui manca la tessera spagnola – per colpa dell’appendicite di Nadal e della crisi di Ferrer – e quella sudamericana, a causa degli infortuni seriali di Del Potro, mentre le assenze delle nobili decadute, Usa (dal 2010 di Roddick) e Australia (Hewitt 2004), sono ormai diventate croniche. Molti degli occhi a Londra saranno puntati proprio su Nishikori, l’erede del leggendario Jiro Sato – il giapponese semifinalista a Wimbledon e al Roland Garros negli anni ’30, suicidatosi per il disonore di una sconfitta in Coppa Davis – e di Shuzo Matsuoka, n. 46 del mondo negli anni ’90. Proprio dal best ranking di Matsuoka San, del resto, ha preso nome il “progetto 45”, il programma sponsorizzato dalla Sony che si proponeva di migliore quel limite. Kei è andato molto oltre le attese dei suoi sponsor visto che dopo aver sfiorato a settembre la prima vittoria asiatica in uno Slam maschile, sconfitta da Cilic nella finale degli Us Open, da lunedì compare al numero 5 del ranking Atp. Na Li ha portato in Cina due Slam, Shuai Peng il n.1 in doppio, la giovanissima Xu Shi Lin quello under 18: ora l’Asia vuole un campione maschio. «Na è stata molto importante per me – ammette Nishikori – vederla vincere tanto mi ha dato molta fiducia. Ora il peso che ha portato lei è sulle mie spalle, ma va bene così». Perché fino ad ora l’Asia non abbia saputo esprimere grandi tennisti maschi non sa spiegarlo neppure lui: «non c’è una ragione vera, a livello juniores i talenti ci sono, poi si perdono. Per me è stato importante trasferirmi negli States. Poi è’ vero, sono fra i più piccoli del circuito (178 cm per 74 kg, ndr), ma ho quello che gli altri non hanno: due piedi velocissimi». Come importante è stato l’aiuto di Michael Chang, il cinese d’America, ex n.2 del mondo. «Io e Michael giochiamo lo stesso tipo di tennis», spiega Nishikori, «quindi sto imparando molto da lui, sia a livello mentale sia tecnico». In fondo per il Masters, la cui prima edizione si svolse a Tokyo nel 1970, è il chiudersi di un cerchio. Per il tennis il boom di Kei rappresenta la caduta di un’altro confine, in attesa che anche l’Africa produca in proprio grandi campioni neri (Kriek, Curren e Ferrerira in passato hanno partecipato al Masters, ma erano sudafricani bianchi). Per il Giappone, dove si è scatenata la Nishikori-mania («non riesco a camminare per strada senza essere fermato», ammette Kei) e per l’Asia, l’inizio di una nuova sfida. Vogliamo chiamarlo “programma 1”? «Be’, spero di sì – ridacchia il Marco Polo made in Japan – Di sicuro non mi accontento del numero 5». Banzai, piccolo, grande Kei.

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