Ian Poulter e l’ossessione per la Ryder Cup

Ian Poulter Europe Ryder Cup 2012 Medinah

A Gleneagles da venerdì non lo vedremo sul green con la maglia dell’Arsenal, la sua grande passione, come capitò a Dubai nel 2006, e nemmeno con i pantaloni ricavati dall’Union Jack sfoggiati nel 2004 al Royal Troon – perché il golf ha cambiato le regole proprio per colpa sua – ma da Ian Poulter, il dandy del golf, in Ryder Cup ci si può aspettare di tutto. Genio e follia, grinta e ansia. Alla sua prima convocazione in Coppa, nel 2004, Poulter portò all’Europa il punto della vittoria, nel 2012 a Medinah, in Illinois, fu lui a far scattare una rimonta miracolosa con cinque birdie nelle ultime cinque buche, tanto che la BBC Simphony Orchestra gli ha dedicato una composizione, “Simphony of Medinah”. La BBC intesa come televisione lo ha invece piazzato 3° nella classifica dei migliori giocatori di Ryder dietro a Colin Montgomery e Tom Kite ma con una percentuale di punti (15 matchplay giocati, 3 persi) migliore dei due miti. «Ian ti contagia con la sua passione», ha spiegato Graeme McDowell. «Perché si cala davvero nel ruolo di Mr Ryder Cup». Sui green Poulter è un “fighter” che agita i pugni, strabuzza gli occhi e a volte perde il controllo: agli Irish Open del 2006 l’aggressione (verbale) un commissario di gara gli costò 5000 sterline di multa. Su Twitter è il golfista più seguito al mondo dopo Tiger Woods (1,23 milioni di followers contro 1,55) ma anche un provocatore borderline: nel 2010 ha postato una foto della sua famiglia che mangiava cereali dentro la Ryder Cup. Anche gli insulti (“idiot!”) cinguettati al suo collega Matsuyama o ai tifosi del Tottenham (“yids!”, giudei, con connotazione antisemita) lo hanno messo al centro di furiose polemiche.

ian-poulter

Guai però a fargli trovare le cose in disordine, perché il Cantona delle buche soffre di quello che gli anglosassoni chiamano OCD, ovvero la sindrome ossessiva-compulsiva. «Se vedo delle matite buttate sul tavolo – ha raccontato lui stesso – non sto bene fino a che non le ho legate insieme. Fra una buca e l’altra rimetto sempre ferri e legni nell’ordine esatto in cui devono stare dentro la sacca e anche le mie valigie sono ordinatissime: se gioco un torneo che dura 13 giorni, ho 13 sacchetti di plastica con gli abiti già pronti per ogni giornata». Attenzione poi a spostargli la salsa per i sandwich: «qualcuno in albergo aveva ammucchiato il cibo dentro il frigo: ho dovuto svuotarlo e rimettere tutto dentro diviso per genere». Una patologia di famiglia: «Mia nonna soffriva di OCD, e anche mio figlio Joshua di due anni dopo aver mangiato il leccalecca va immediatamente buttare la plastica nella spazzatura». A Poulter, che non ha mai vinto un major ma è convinto «che quando sono in giornata al mondo solo Tiger può giocarsela con me», non passa però neppure in mente di farsi trattare. «E perché dovrei? Secondo me è una caratteristica molto positiva». Provate a contraddirlo.

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