I «Golf boys» alla conquista della Ryder Cup

 

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Attenti agli Usa. Occhio alla banda di “underdog”, di sfavoriti di talento che il grande vecchio Tom Watson da venerdì a Gleneagles, in Scozia, guiderà alla riconquista della Ryder Cup contro l’Europa del n. 1 del mondo Rory McIlroy. La Ryder Cup è la Coppa Davis del golf che gli Usa, un tempo abituati a umiliare i rivali d’Oltreoceano, hanno vinto solo una volta nelle ultime sei edizioni e che nel 2012 si videro soffiare sotto il naso dagli europei proprio nell’ultima giornata. Vendetta, redenzione, queste sono le parole del mantra con cui Watson, che nel ’93 vinse da capitano la Ryder in Europa e da giocatore non ne ha mai persa una (anche se con il pareggio dell’ 89 l’Europa si tenne la coppa) motiverà un team composto di vecchi volponi e giovani rampanti. «Se io fossi Tom Watson», ha spiegato Paul Azinger, l’unico capitano americano di Ryder Cup capace di sconfiggere gli europei nel Terzo Millennio (nel 2008), «mi giocherei proprio la carta dello sfavorito fino all’ultimo. Perché spesso in Ryder Cup è proprio il team che parte sfavorito che alla fine ha la meglio». E per vendicare l’onta del “miracolo di Medina” (Illinois, non Arabia Saudita), cioè della miracolosa rimonta che due anni fa Ian Poulter mise a segno la domenica trascinando con sé tutto il team europeo, stavolta gli yankees si affideranno all’uomo di Bagdad (Florida, non Iraq), il mirabolante Bubba Watson. Sì, perché se Phil Mickelson (5 major vinti), Jim Furyk (un titolo agli Us Open) e Zach Johnson (un centro al Masters) rappresentano l’esperienza, la solidità di un team che deve fare a meno dell’acciaccato Tiger Woods, di Jason Dufner e Dustin Johnson, Bubba è il jolly, il pizzico di follia, la dose di imprevedibilità. Watson, che il nome di battesimo lo deve alla passione di suo padre per il giocatore di football americano Bubba Smith, a golf ha imparato a giocare quasi da solo, sparacchiando palline con un ferro 9 attorno a casa. L’unica lezione della sua vita l’ha ricevuta dall’amatissimo papà Gerry e anche ora si rifiuta di studiare gli avversari. con il suo driver rosa però sa spedire la pallina ad oltre 300 metri: può sbagliare tutto, oppure infilare la giocata del secolo e sbaragliare chiunque come ha fatto in due edizioni del Masters di Augusta. Il suo idolo d’infanzia è stato Seve Ballesteros, la sua guida Gesù Cristo, ovvero «la cosa più importante della mia vita». Credente, ma tutt’altro che penitente, Bubba, e che si diverta un sacco a giocare, non solo sul green, lo si capisce dalle comparsate in programmi tv e dal video che ha girato insieme agli altri tre “Golf Boys”, ovvero Rickie Fowler, Hunter Mahan (che come lui fanno parte del team di Ryder Cup quest’anno) e Ben Crane. Il titolo è “Oh Oh Oh”, Bubba vi compare sprofondato in una salopette da villico mentre smista drive monumentali a piedi scalzi e anche gli altri tre compari, bizzarramente abbigliati, sembrano usciti da una parodia dei “Village People”. Il testo e le coreografie sono in stile hip hop – e veramente esilaranti – lo scopo benefico visto che lo sponsor dell’iniziativa, il Farmers Insurance Group, versa 1000 dollari in beneficenza ogni 100 mila click su YouTube. Buontemponi, ma tutt’altro se morbidi visto che l’uomo che viene da Giove (Jupiter, Florida), Rikie Yukata Fowler, mamma giapponese e nonna indiana della tribù dei Navajo (sì, proprio quelli di Tex Willer), una passione per la lettura della Bibbia, quest’anno è stato il più costante del mondo nei quattro major, dove non è mai arrivato oltre il quinto posto, piazzandosi secondo agli Us Open e al British Open e terzo al Pga Championship. Attenta, Europa, alla banda dei Golf Boys.

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