Cilic & Nishikori, terremoto nello Slam

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Marin Cilic contro Kei Nishikori, un croato e un giapponese nella finale degli Us Open, il fatto è inedito (e anche un po’ shoccante). Era dalla finale degli Australian Open del 2005, Safin contro Hewitt, che nessuno dei Fab Four – Federer, Nadal, Djokovic, Murray – riusciva a mettere i piedi in una finale dello Slam, e addirittura dal 2002 al Roland Garros – Albert Costa contro Juan Carlos Ferrero – che all’ultimo match non arriva neppure un top-10. Fine di un’era? Cambio epocale? Tramonto degli dei? Forse sì, visto che Federer è anzianotto, Djokovic distratto dal matrimonio, Nadal infortunato e anche Murray non si sente troppo bene. Ma la rivoluzione non ha l’aspetto di una marea, piuttosto di un movimento tettonico, di una faglia che avanza a strappi.

La vittoria di Stan Wawrinka agli Australian Open ha dato la prima scossa, poi fra Parigi e Wimbledon lo sciame delle novità si è disperso, frammentato. Raonic e Dimitrov non hanno provocato the “Big One” e sono tornati ben saldi Nadal (a Parigi), Djokovic e Federer (a Londra).

Agli Us Open la botta l’hanno data invece (O)Kei Nishikori, n.11 Atp prima del torneo, 24enne giapponese trapiantato negli Usa, cresciuto grazie ai soldi della Sony e che in patria è già da anni una celebrity strapagata. In tre turni ha liquidato tre top-ten, sabato ha fatto fuori nientemeno che Djokovic. «Alla fine ho retto meglio di Nole il caldo? Si vede che ero troppo forte, allora…», ha risposto soffiando sulle unghie. «Che Nishikori arrivasse prima o poi me lo aspettavo – ha sentenziato malinconico Federer dopo essersi fatto rincitrullire per tre set dai servizi a 230 all’ora,di Marin Cilic nell’altra semifinale. «L’ho incontrato la prima volta quando aveva 17 anni e già si capiva che era un talento, adesso però spinge più di dritto, è più solido. Cilic invece è sul circuito da più tempo. A Toronto l’ho battuto ma qui ha giocato in maniera straordinaria». Ecco, Marin Cilic campione palindromo e fino a ieri interrotto, nato a Medjugorje 25 anni fa, n.16 del mondo. Nel 2010 aveva fatto bang agli Australian Open, arrivando in semifinale e al n.9 del ranking, poi si era smarrito fra troppi centimetri e poche certezze. «Mi ero messo troppa pressione da solo – dice dall’alto del suo metro e 98 – oggi sono più calmo, fisicamente più solido. E poi la vittoria di Wawrinka a Melbourne ha come sbloccato tanti di noi: se ha vinto lui uno Slam, ho pensato, posso farlo anch’io». Marin ‘anno scorso è incappato in un fattaccio di doping (involontario secondo lui) che gli è costato 4 mesi di stop e molte polemiche per come fu gestito dall’ Itf (si ritirò a Wimbledon già sapendo della positività che però fu annunciata molto più tardi), ma tutti, Federer compreso, giurano sulla sua buona fede. Era stato scoperto giovanissimo da Bob Brett, l’erede della scienza tennistica dei grandi australiani trasmessagli da Harry Hopman e che lui ha tentato di travasare prima in Boris Becker poi in Goran Ivanisevic, l’ex Cavallo Pazzo, campione di Wimbledon nel 2001, che guarda caso oggi sussurra e grida consigli a Cilic. Marin è l’ultimo di una lunga serie di -ic born in Croatia – Pilic, Franulovic, Ivanisevic, Ancic, Ljubicic… – «ma anche se era alto», sostiene Goran, «non riusciva a servire come doveva. Insieme abbiamo lavorato sulla potenza della prima palla, ma anche sulla efficacioa della seconda». E anche sul dritto, e sulla pulizia della risposta. Risultato: la finale degli Us Open, la prima di sempre per un croato, dove il duo Cilic-Ivanisevic affronterà la coppia Nishikori-Chang in una battaglia molto gustosa fra maestri e quasi-cloni. I precedenti dicono 5-2 per Kei, ma il pronostico è aperto. E la faglia è in movimento. Prepariamoci ad altri piccoli e grandi terremoti (e tsunami) tennistici.

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