1914-18, lo sport e la Grande Guerra

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Il campo andava dalle Fiandre alla Turchia, dalla Russia alle Dolomiti. I giocatori erano milioni, le regole crudeli – vince chi sopravvive – le righe tracciate nel sangue e nel fango e si chiamavano trincee. Era la Prima Guerra Mondiale, fischio d’inizio cent’anni fa (da La Stampa).

A migliaia fra tennisti, calciatori, rugbisti, ciclisti provarono a vincere quella gara assurda, un numero impressionante di campioni ci lasciò la vita. Partivano volontari, al fronte come ad un match che non si può fallire, tornavano chiusi nel legno. Quando tornavano. Nell’esercito inglese interi battaglioni erano formati da sportivi: il 16° Royal Scots era composto tutto di giocatori e tifosi dell’Hearts of Midlothians, nel 17° Middlesex di 200 calciatori arruolati se ne salvarono 30. Il più famoso fu il 7° Northamptonshire Regiment, inventato da Edward Mobb, giocatore di cricket, di hockey, strepitoso nazionale di rugby che convinse di persona 264 dei suoi amici sportivi ad arruolarsi. Li chiamavano “The Mobb’s Own”, Quelli di Mobb. Si batterono sulla Somme, ad Arras, a Passchendaele dove il 31 luglio del ’17 Mobb tentò di fare meta in un nido di mitraglia tedesco e non fece più ritorno. A Passchendaele, tre mesi dopo, finì anche la corsa di Dave Gallaher, il capitano dei primi “All Blacks”: sopra la sua tomba nel cimitero di Nine Elms è incisa una felce d’argento. Il capitano dell’Inghilterra Ronald Poulton-Palmer, quattro mete segnate alla Francia nel 1914, era stato seccato da un cecchino due anni prima. Il suo corpo oggi riposa a Hyde Park. Quello di Mobbs non l’hanno mai trovato.

«C’è stato un tempo per tutto – scrisse nel 1914 Arthur Conan Doyle, il papà di Sherlock Holmes – ora c’è tempo solo per una cosa, la guerra. Se un giocatore di cricket ha un buon occhio, mettetelo dietro il mirino di un fucile. Se un calciatore ha gambe forti, fatelo marciare sul campo da battaglia». Si moriva nel fango o fra i papaveri rossi, da veri sportsmen. «Un premio al primo che segna un goal», urlò il capitano Billy Nevill alle 7 e 27 del 1° luglio del 1916, uscendo dalle trincee e calciando in aria uno dei quattro palloni che aveva comprato ai suoi uomini dell’East Surrey Regiment. La rete era il saliente di Montauban e gli inglesi la presero passandosi palla con un tiki-taka ordinato, «badando che una corretta formazione e le giuste distanze non vadano perse», come aveva raccomandato Nevill, che fu falciato a pochi metri dal filo spinato tedesco. Si giocarono anche partite amichevoli, come quella del giorno di Natale del 1914. «Un giorno tranquillo. I tedeschi ci hanno chiesto di giocare a calcio, loro non spareranno e noi faremo altrettanto», scrisse sul diario il sergente maggiore Beck. Vinsero – c’è bisogno di dirlo? – per 3-2 i Sassoni contro una selezione del Berkshire.

Winston Churchill ha sempre preso in giro gli italiani («vanno alla partita come alla guerra e alla guerra come alla partita»), ma durante la Grande Guerra a fare sul serio furono centinaia di calciatori di casa nostra. Fra i tanti, Silvio Appiani e Giovanni Zini, morti sul Carso, a cui oggi sono intitolati gli stadi di Padova e Cremona; e poi Gilberto Porro Lambertenghi, tennista e vice-presidente del Milan, caduto come il fondatore dei rossoneri, Herbert Kilpin. Nel 1915 al fronte c’erano 24 juventini: Enrico Canfari e Giuseppe Hess, due dei fondatori della Vecchia Signora, se ne andarono insieme quell’anno. Il 28 giugno del 1914, proprio mentre Gavrilo Princip centrava il petto dell’Arciduca Ferdinando a Sarajevo e assassinava la Belle Epoque era partito anche il 12° Tour de France: in 145 pedalarono lungo la Normandia fino a Le Havre senza sapere che il conflitto se ne sarebbe presi più di 40, compresi tre vincitori della Grand Boucle – Octave Lapize, Francoise Faber e Lucien George Mazan “Petit Breton”, travolto da un camion il cui conducente era stato colpito a morte. E uno del Giro d’Italia, Carlo Oriani, da Cinisello Balsamo, ucciso da una polmonite che si era buscato attraversando a nuoto il Piave dopo Caporetto. A straziare il capitano Anthony Wilding, neozelandese, quattro volte campione a Wimbledon fra il 1910 e il ’13 fu invece una granata, il 9 maggio del 1915. Era fidanzato con un attrice, compagno di doppio di re. Per anni aveva girato l’Europa Felix in motocicletta e perso una quinta finale dei Championships pochi giorni dopo l’attentato di Sarajevo. Era partito, anche lui, volontario. E’ sepolto a Richebourg, nelle Fiandre, in un cimitero dove, come ha detto qualcuno, «l’erba sembra quella di un campo da tennis».

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