Fognini e l’arte di vincere difficile

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«Vincere facile non mi è mai piaciuto». E giù un sorriso alla Fognini, guascone e impunito, ma dannatamente difficile da non perdonare. Anche perché stavolta il Fogna l’ha scampata bella, ma l’ha scampata. «Sono sopravvissuto. E’ quello che conta, no?». Per la terza volta in carriera in uno Slam è riemerso da uno svantaggio di sue set a zero per battere 2-6 1-6 6-4 6-1 9-7 in 3 ore e 9 minuti il russo-americano Alex Kuznetsov, n. 148 del mondo, e guadagnarsi il turno dei Championships. Un dramma in cinque atti, una piece delle sue, condita di lazzi e genialate, di discese e di risalite. E dell’immancabile rissa verbale con arbitri e supervisor. La trama: due set giocati come peggio non si può, senza mettere tre colpi in campo. Poi l’innesco all’inizio del terzo, la rimonta travolgente nel quarto, il teatro nel teatro al quinto set. Sul 2-2 e servizio Fabio è andato sotto 0-15, Kuznetsov lo ha fulminato e lui ha tirato (molto innocentemente) la racchetta sulla delicata erbetta del campo n.18. Ma Fognini si era già beccato un warning nel secondo set e poco prima aveva scherzosamente mostrato le corna all’avversario, così il giudice di sedia, James Keothavong gli ha rifilato un penalty point: 0-40, altro vincente di Kuznetsov e break. Fognini ha chiesto l’intervento del supervisor Wayne McKewen e ha ingaggiato con lui un duetto prolungatosi nel cambio di campo, condito da qualche frase borderline in italiano («ti spaccherei la racchetta in faccia…») e dal classico lancio della bottiglietta. «Il penalty point era veramente ridicolo – ha raccontato Fogna – ma la colpa è mia: ormai ho l’etichetta, come le mucche che vanno al macello. Non me ne fanno passare più una. Gli ho chiesto di spiegarmi il motivo del penalty point, mi ha risposto che l’erba dei campi è di cristallo. Allora gli ho detto se alla fine del torneo potevamo fumarcela, l’erba, così si rilassavano un po’…». Per fortuna Fabio il break è riuscito a recuperarlo subito, ha salvato una pericolosissima palla-break sl 6-6, poi ha chiuso al primo matchpoint sul 9-7 urlando ‘vai Fogna!’ e stendendosi sul praticello ormai al crepuscolo. «Nel quinto credo di aver meritato», ha spiegato, «mentre all’inizio proprio non riuscivo a entrare in partita. Lui per carità giocava molto bene, per carità, ma io molto male. Del resto sono fatto così, quando non ho scuse lo ammetto sempre. Anche nella discussione con il supervisor: io credevo di aver ragione, ma è il modo in cui lo dico che mi fa passare dalla parte del torto, loro in fondo fanno solo il loro mestiere. Giocare sull’erba mi piace, meno le regole che hanno qui, come quella di dover vestire in bianco. Ogni tanto però le regole bisogna rispettarle, anche se ammetterlo un po’ mi costa». Anche sprecare energie all’inizio di uno Slam può costare caro («però vincere così dà più gusto, dai»), anche se al prossimo turno Fabio avrà davanti un qualificato tedesco, il n.248 del mondo Tim Puetz. «Lo confesso, non so neppure che faccia abbia», ha ammesso Fogna. «però se ha passato le qualificazioni e vinto un turno (battendo Gabashvili, ndr) vuol dire che è in forma. Ora ho un giorno per riposarmi e recuperare». Ieri l’unica della pattuglia a passare il turno insieme a lui (vista l’interruzione del match della Errani) è stata la sua fidanzata Flavia Pennetta, tornata di recente numero 1 d’Italia. «Quando mio padre Oronzo me l’ha detto – ha scherzato Flavia, che ieri ha superato all’esordio la slovacca Cepelova – gli ho risposto: quasi quasi mi ritiro…». A 32 anni però non è ancora venuto il momento di appendere la racchetta al chiodo. «Voglio essere io a decidere, quando sarà ora, non mi va che sia il tennis ad abbandonare me». Per ora però non se ne parla, visto che, da n. 12 Wta (anche se ci sono gli ottavi dello scorso anno da difendere) può tornare fra le top-10, come nel 2009. «Ne parlavo proprio ieri con il mio coach Navarro: non sono tanti i tennisti che hanno vinto in un periodo e sono poi tornati più forti di prima». Questione di fibra, direbbero quelli della pubblicità. Oggi fra l’altro tocca alla suacompagna di tante battaglie Francesca Schiavone: «quando avremo smesso la vedo bene come capitana di Coppa Davis: ha una personalità fortissima che si adatta meglio agli uomini, le donne hanno bisogno di più delicatezza». Chissà: forse il sergente Francesca sarebbe persino in grado di domare quel pazzo di Fogna. 

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