Wimbledon, l’erba ha le sue regole

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A Wimbledon il dio dell’erba salva la regina (delle classifiche), ma non il re (da Il Corriere dello Sport). E’ dal 2001 che l’All England Club, il circolo che organizza The Championships, quando decide le teste di serie si riserva il diritto di apportare delle variazioni al ranking mondiale Atp per «armonizzarlo» con la superficie più tradizionale ma meno diffusa del tennis. E quest’anno il più illustre a farne le spese è stato Rafa Nadal: retrocesso a n.2 dietro Novak Djokovic nonostante le sue cinque finali giocate, di cui due vinte, contro un successo e una finale del serbo. Fra le donne, invece, il “seeding” segue pedissequamente la classifica Wta. Discriminazione nel giardino del tennis? In passato variazioni anche in campo femminile – ad esempio per traslocare più in alto Venus Williams – erano state apportate, quest’anno nisba. Per i più maligni la spiegazione è semplice: fra gli uomini gli inglesi, bravissimi a rispettare le regole soprattutto quando sono loro a stabilirle, dovevano tutelare il campione uscente Andy Murray, che infatti è stato promosso di due posizioni, da n.5 (Atp) a n. 3 (in tabellone), mentre fra le donne non c’erano urgenze simili. La realtà è che mentre il “Committee”, che a Wimbledon è sovrano in fatto di regolamenti, ha raggiunto un accordo in materia con l’Atp, dalla Wta si è sentito rispondere picche. E si è adeguato. Va anche detto che gli aggiustamenti vengono stabiliti in base ad un algoritmo, quindi non in maniera arbitraria. Il sistema è questo: si prende la classifica del 16 giugno, quindi si aggiungono il 100 per cento dei punti guadagnati in tornei sull’erba negli ultimi 12 mesi, e il 75 per cento di quelli relativi ai 12 mesi ancora precedenti. E’ facile capire così perché Rafa Nadal, che non vince una partita sull’erba dal 2012 (e ha appena perso ad Halle da Dustin Brown) paghi il suo scarso rendimento recente, mentre ad esempio Jerzy Janowicz, semifinalista a sorpresa l’anno scorso, guadagni ben 9 posizioni, o il nostro Andreas Seppi (vittoria e semifinale a Eastbourne negli ultimi due anni, ottavi a Wimbledon nel 2013) ne abbia scalate 8. Nel Tempio della tradizione in questo caso insomma la Storia (meno recente) vale poco, visto che in carriera fra i giocatori in attività la miglior percentuale di partite vinte sull’erba, dietro a Federer (87,4) e Murray (83,1) spetta proprio a Nadal (78,1) davanti a Djokovic (77,9). Al 7° e 11° posto di questa graduatoria “vegetale” fra l’altro ci sono rispettivamente Juan Martin Del Potro (n.8 Atp) e Tommy Haas (n.20 Atp), che però quest’anno a causa di infortuni non saranno in campo a Church Road.

La retrocessione di Nadal a favore di Djokovic in teoria non cambia nulla nei rapporti di forza fra i due (nel caso si incontreranno sempre e solo in finale), dal sorteggio capiremo però a chi ha agevolato o complicato il percorso. Resta da decidere se il seeding “mutante” di Wimbledon sia ancora giustificato, vista l’evoluzione nella preparazione dei campi negli ultimi vent’anni. Per rendere l’erba più digeribile anche ai non specialisti nel corso del tempo è stata aumentata l’altezza del taglio (8 millimetri) e cambiata la composizione delle sementi (oggi 100 per cento ‘rye’, cioé loglio) così da favorire un rimbalzo più alto e meno incerto. Risultato? I punti giocati serve & volley sono calati in 10 anni dal 29 per cento del totale ad un misero 8. «Con un’erba così ‘lenta’ – ha commentato il vecchio bombardiere Goran Ivanisevic, campione nel 2001 – Nadal può rivincere Wimbledon altre due volte». Di tutt’altro avviso Andy Murray, anche perché la diversità del tappeto vegetale non si esaurisce nel rimbalzo: «molti sostengono che oggi le varie superfici si assomigliano molto, ma dal punto di vista di noi tennisti fa una bella differenza giocare sull’erba o sulla terra. Ad esempio sul verde ti devi muovere in maniera del tutto diversa». Lo splendore dell’erba, insomma, conserva una luce tutta sua.

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