Ghedina: «così ho recuperato dopo il coma»

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L’inferno bianco da cui sta uscendo Michael Schumacher lo ha attraversato 23 anni fa anche Kristian Ghedina, il più titolato discesista della storia dello sci azzurro. Solo molto più velocemente. Fu nel 1991, dopo un terrible botto in macchina: mezzo corpo fratturato e tre giorni di coma all’ospedale di Rho. Poi settimane, mesi di rieducazione fra l’ospedale di Bergamo e la sua casa di Cortina. Tre anni dopo l’incidente, Ghedina è tornato sul podio di una gara di Coppa del mondo, poi a vincere delle gare. «Be’, l’incidente di Schumacher è stato molto più grave», puntualizza Kristian. «Però, anche quando i medici mi dicevano che sarebbe stato difficile tornare alle gare, io ho sempre creduto di farcela. Sono fatto così: se mi dicono che una cosa è impossibile, io ci provo subito. Anche se c’è stato un momento in cui ho avuto paura di non essere più lo stesso…».

Quando?

«Un paio di mesi dopo l’incidente, provando ad andare in bicicletta: mi sembrava di essere un bambino a cui hanno tolto le rotelline. La prima volta ho fatto un metro, poi cinque, poi dieci. Una sensazione brutta l’ho provata anche la prima volta che ho giocato a tennis: le prime cinque palle le ho mancate, ero in ritardo o in anticipo. L’amico che giocava con me mi gridò “smettila di fare lo scemo, dai”. Pensava che lo stessi prendendo in giro…»

Cosa ha provato in quel periodo?

«Ho dovuto rimettere a punto il mio fisico, affinare “la macchina”che è il corpo umano. Il cervello, poi, è come se dovesse ri-programmarsi. All’inizio ti manca l’equilibrio, il senso della profondità, fatichi a mettere a fuoco oggetti che si spostano velocemente».

Quanto tempo è passato prima di rimettere gli sci ai piedi?

«L’incidente l’ho avuto in aprile, ad agosto ho ricominciato con le prime discese. Me la cavavo appena».

A suoi colleghi Daniel Albrecht e Hans Grugger è andata peggio…

«Sì, ma loro hanno passato più tempo di me in coma. Daniel ci ha riprovato, poi ha dovuto smettere. A convincere Hans a ritirarsi è stata la sua fidanzata, lo ha minacciato di lasciarlo. E’ caduto sulla Streif, dove io ho fatto la “spaccata” (nel 2004, ndr). Ora ha recuperato, è normalissimo, però quando parlo con lui noto qualcosa di diverso nel suo sguardo. Ha i riflessi più appannati, e ogni tanto si “disconnette”, come quando a una tv manca per un attimo il segnale».

Lei si ricorda qualcosa dell’incidente?

«Nulla. Ho dei flash di quando sono arrivato all’ospedale: un’infermiera che allontanava infastidita giornalisti e fotografi, dei medici attorno a me in rianimazione quando mi risvegliavo dalla sedazione»

Dove ha fatto la riabilitazione?

«Quando sono uscito da Rho sono stato al “Gavazzeni” di Bergamo per tre settimane, poi mi sono spostato a casa. Dormivo tanto, non ho fatto una riabilitazione vera e propria. Ho passato tanto tempo a letto, questo sì, anche per recuperare dalle fratture».

Secondo lei Schumacher tornerà quello di prima?

«Non posso dirlo, non sono un medico. Michael è uno che ama le sfide, come me. A me hanno detto che le prime quattro-cinque ore dopo l’incidente sono fondamentali per limitare i danni cerebrali, e da quello che ho letto i medici di Grenoble hanno fatto un buon lavoro. Non potrà tornare a correre, e probabilmente non sarà più esattamente quello di prima, ma credo che recupererà l’essenziale. E io glielo auguro di cuore».

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