Duval, paura e sicurezza a Le Mans

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Un botto terrificante, una Audi quasi polverizzata accanti al guard-rail della curva “karting”, un commissario di pista che guarda ansioso in direzione di un casco perso fra le lamiere. Le cinque (e 6 minuti) della sera e a Le Mans, nel mercoledì delle prove libere della 24 Ore che scatta sabato prossimo, sembra di nuovo l’ora del sangue (da Il Corriere dello Sport). E il ricordo torna istantaneo alla tragedia dello scorso anno a Tertre Rouge, quando la gara della Sarthe, ad appena nove minuti dal via, costò la vita ad Allan Simonsen, che correva fra nella categoria GTE con una Aston Martin Vantage. La Audi numero 1, classe LMP1, la regina di Le Mans, è quella di Loic Duval, vincitore dell’edizione 2013 che divide la vettura con Tom kristenses e Luca di Grassi. Duval sembra spacciato e invece da quel groviglio uscirà miracolosamente quasi illeso (sospetta frattura della tibia). Merito della sicurezza delle R18, i prototipi della casa tedesca che hanno dominato gli ultimi quindici anni della gara più bella e pericolosa del mondo, tutta corsa a 300 all’ora fra case, muretti e alberi piazzati a due metri dal tracciato. Ad accompagnare il driver francese all’ospedale è stato Allan McNish, ex-pilota di F.1 e 3 volte vincitore a Le Mans, che nel 2011 fu protagonista di un incidente terrificante, con tanto di giro della morte in aria, poco dopo la mitica curva Dunlop. «Sono fortunato ad essere vivo – disse allora lo scozzese – grazie a chi ha progettato la macchina: ha fatto un buon lavoro». La dinamica dell’incidente di Duval – che ha impattato con il retrotreno sulle barriere dopo aver picchiato anche con il tettuccio sulle reti – ricorda da vicino quello di un altro pilota Audi, Mike Rockenfeller, che sempre nel 2011 disintegrò la sua vettura nella notte: i soccorritori pensavano di trovarlo a pezzi, invece lui era sdraiato dietro il guardrail dopo essere uscito con le sue gambe dall’abitacolo. Le Mans in passato è stata spesso crudele: 22 morti in corsa. A partire dal padre di tutti gli incidenti, quello che nel 1955 costò 83 vite (ufficialmente, ma c’è chi dice 50 di più) falciate nella tribuna dei box dalla Mercedes SLR di Pierre Levegh decollata dopo un contatto in pista e trasformata in un proiettile infuocato. Il cervello di Levegh fu ritrovato nel casco, centinaia di metri più avanti, la Mercedes per 30 disse addio alle corse. L’ultimo a morire prima di Simonsen era stato Sebastien Enjolras, nelle pre-qualifiche del 1986, l’ultimo a cadere in gara Jo Gartner sempre quell’anno, in piena notte a Mulsanne. Mark Webber, l’ex-compagno di Vettel alla Red Bull, nel 1999, uscì incolume dopo due capriole da incubo della sua Mercedes che atterrò fra gli alberi. E anche il nostro Dindo Capello (3 centri alla 24 Ore) se l’è vista brutta più di una volta. Anche loro, come Duval e McNish, possono ringraziare la dea bendata. E i progressi della tecnologia.

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