Sharapova: «Il mio Slam più duro»

Maria-Sharapova

Maria Sharapova è nata in Siberia, e quindi è fredda di natura. Mentre tutte le sue colleghe – e molti suoi colleghi – dopo una vittoria si sforzano di trattenere le lacrime, ieri Masha la tigre dava quasi l’impressione di provare a buttarle fuori. E stavolta ci è quasi riuscita. «E’ stata la finale lo Slam più dura della mia vita», ha detto sul campo, azzardando anche un discorso di ringraziamento in francese (da Il Corriere dello Sport).

Maria, cosa ha sentito nel cuore nelle testa dopo il matchpoint?

«Ho giocato tante finali Slam (9, ndr), ma questa è stata davvero la più emozionante di tutte. Forse perché diventando vecchia apprezzo di più certe situazioni…».

Il Roland Garros è stato l’ultimo dei quattro Slam che ha vinto, ma l’unico che ha vinto due volte: strano, no?

«Dvvero sorprendente. Se qualcuno sei o sette anni fa me lo avesse detto, gli avrei risposto che era ubriaco. Ma ho lavorato duro per riuscirci. Non sono Nadal, non sono nata sulla terra battuta, da piccola non ci ho mai giocato: ho dovuto imparare come farlo».

Qual è stato il momento più difficile? Il suo coach Sven Groeneveld quanto l’ha aiutata?

«Alla fine dello scorso annogiravo l’Europa cercando di risolvere i miei guai alla spalla. Non avevo neppure un coach. Quando ho messo insieme il mio team attuale ho capito che l’energia era quella giusta, che avevo trovato l’ultima tessera del puzzle. In campo ci vai tu, ma avere il team giusto è importante. Quest’anno la sconfitta a Indian Wells è stata dura: non perché ho perso, ma perché ho perso nella maniera sbagliata».

Sono passati dieci anni dalla sua prima vittoria in uno Slam, a Wimbledon 2004: è possibile paragonare quel successo e quello di oggi?

«E’ incredibile essere seduta qui dopo 10 anni. A 17 anni ti fai tante domande: posso riuscirci ancora? Rivincerò uno Slam? Ora sono semplicemente senza parole. Ma molto fiera di aver vinto contro un’avversaria che mi ha fatto correre tanto, in condizioni che sono passate dal freddo al caldo. Mi sono adatta a tutto e ora la coppa è mia».

Era quello che voleva di più, qui a Parigi? Niente shopping?
«A Parigi sì. Non sono neanche entrata in un negozio, non ho mangiato neanche un “macaron” (dolcetti tipicamente parigini, ndr). Volevo solo il trofeo. Peccato che a me diano solo una copia piccolina: quello vero temo che dovrei rubarlo…».

E’ stato uno degli Slam più duri degli ultimi anni, con molte giovani che si sono fatte avanti. Il tennis femminile è in buona salute?

«Oggi è un misto di vecchio e nuovo, più qualcuno come me che sta nel mezzo. E’ normale, anche se tutti all’inizio mi chiedevano come avrei giocato contro Serena nei quarti, e se mi consideravo sfortunata nel sorteggio. Ma per me il sorteggio non significa mai nulla. Ho avuto molti match difficili (gli ultimi quattro al 3° set, non accadeva a una vincitrice del Roland Garros dal 1976, Francoise Durr, ndr). E’ stato lo Slam più “fisico” che abbia mai giocato».

Si sono però viste poche volée: il tennis d’attacco è ormai finito come sostiene Edberg?

«Su una superficie così, e contro un’avversaria come la Halep, che non ti dà mai tante occasioni, non è facile venire a rete. Magari su un’altra superficie è più facile».

Tanti giocatori evitano la superficie che amano di meno, lei invece ha finito per vincerci due Slam: qual è il segreto?

«Be’ prima di tutto mio padre Yuri non sarebbe stato felice se avessi trascurato il Roland Garros! Da giovane sulla terra ero in difficoltà perché ero convinta di dovermela sbrigare in fretta nei primi turni, non avevo la pazienza di restare in campo quanto serviva. E così non mi preparavo a sufficienza. Cambiare questa mentalità è stata la mossa vincente».

 

 

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