Gulbis, il glutine, Djokovic e il Roland Garros

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«Perché non sono esploso prima? Perché sbagliavo dieta. Tutti mangiano senza glutine, facevo il pieno di glutine. E di ketchup». Parola – e con lui non si sa mai quanto seria – di Ernests Gulbis, il 25enne lèttone che dopo una vita (agonistica) di eccessi ha deciso di diventare il nuovo Marat Safin. (da Il Corriere dello Sport) Dopo aver eliminato Federer ieri si è conquistato la prima semifinale in uno Slam umiliando in tre set (6-3 6-2 6-4) a botte di servizi e rovesci anche il n.7 del mondo Tomas Berdych. Una vittoria che gli garantisce virtualmente il n.10 del mondo (ora è n.17, solo la vittoria nel torneo di Monfils gliela può negare) e venerdì lo spedirà diretto contro il suo ex compagno di bisbocce alla Niki Pilic Academy, Novak Djokovic. Ovvero l’uomo che ha appena pubblicato un libro sull’importanza di mangiare gluten free. Capito l’antifona? «Quando eravamo a Monaco Nole era un modello per me – ride Ernests, figlio di un multimilionario e di una attrice di teatro – Avevo 15 anni, lui due di più: si curava molto, profumi, occhiali da sole, grande successo con le ragazze. Mi diceva: puoi averle tutte, Ernests. Ma per diventare forte nel tennis ti serve altro». Cioè disciplina. Quella che ha trovato da due anni alla corte viennese di Gunther Bresnik, l’ex coach di Boris Becker, Henri Leconte e Horst Skoff il cui motto è ‘il talento è una stronzata’. E che oggi racconta così il suo pupillo: «Ernests fisicamente è un mostro, il più forte che ho mai allenato. Però ha un problema innato con l’autorità. Se non è convinto di una cosa, non la fa. Io gli ho detto: di cosa combini la notte me ne frego. Però devi essere pronto dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 17». E lui ha obbedito: «ho sgarrato solo un giorno, giuro. Con gli altri coach invece 5 giorni su 8 non mi presentavo», assicura. «Il problema è che a volte non sei tu che scegli il tuo mestiere, ma il mestiere che sceglie te. I miei mi hanno portato al tennis a 5 anni, anche se io avrei preferito il basket o il calcio, dove ero davvero forte. Perché il tennis è uno sport durissimo. Adesso sono contento che sia andata così». Ernestino, che si chiama così in onore di Hemingway («mio padre è una biblioteca ambulante, consigli sui libri ne accetto solo da lui e da mia madre, ma Hemingway non l’ho mai letto: una storia lunga») non è un tipo modesto («il mio rovescio è il migliore del mondo»), e vuole vincere due scommesse che ha in piedi. Con Bresnik («questione di flessioni…») e con mamma Milena, che due anni fa, quando era sceso al n.159, gli aveva chiesto di smettere: «Ma ora ha detto che se vinco il torneo posso anche continuare. E’ che ho bisogno di soldi, non posso andare avanti sempre con quelli da papà. E poi se farò una bella carriera nel tennis a 35 potrò starmene sereno in spiaggia a bermi un drink». Ma non era questione di glutine?

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