Federer, un immortale al tramonto

Roger Federer of Switzerland looks out across practice courts at Wimbledon in London

E’ vero, Federer non è più “quel” Federer. L’imbattibile, il Genio assoluto, l’uomo dai diciassette Slam e dai record infiniti. Ha quasi 33 anni e tiene famiglia, la moglie Mirka, le due gemelle Myla Rose e Charlene Riva e ora anche i gemellini Leo e Lenny, che non hanno neanche un mese e forse non lo fanno dormire. Ma negli ultimi 40 tornei dello Slam fino a ieri aveva perso solo due volte prima dei quarti di finale: a Wimbledon, contro l’ucraino Stakhovsky (che ieri guarda caso ha twittato una foto della sua bambina appena nata) e contro Tommy Robredo agli Us Open, sempre nel 2013. Ieri a farlo cadere precocemente e rumorosamente per la terza volta, stavolta sul rosso, è stato Ernests Gulbis, l’ex Pierino del tennis, anni 25, n.17 del mondo, apparso come un lampo qui a Parigi nel 2008 e poi smarritosi a lungo fra bevute omeriche, belle donne e ottime letture (Dostoevsky e Haruki Murakami, ad esempio). Quello che «Federer è un tipo noioso», e che le donne «non devono fare le tenniste, ma pensare a godersi la vita e a fare figli». Papà Ainars, milionario lèttone, e mamma Milena, famosa attrice di teatro l’hanno battezzato Ernests non in onore di Oscar Wilde (l’importanza di chiamarsi Ernesto), ma di Hemingway, e ieri Ernestino, ribelle pentito ma inveterato spaccatore di racchette, sulla pelle del Genio ha scritto in cinque set (6-7 7-6 6-2 4-6 6-3) una versione tennistica di Addio alle armi. Un racconto struggente e malinconico di quello che Federer è stato e ora riesce rarissimamente ad essere. Il maestro svizzero qualche anno fa una partita così l’avrebbe chiusa virtualmente sul 5-3 del secondo set, dopo aver vinto in rimonta il primo, quando si è trovato a servire sul 40-15 ma invece di tuonare apollineo come ai bei tempi ha esalato uno smash sulla racchetta protesa e beffarda dell’avversario, finendo per cedere battuta e set. E’ poi riuscito a strappare il quarto, subendo sul 5-2 anche una (maliziosa?) sosta di Gulbis, che negli spogliatoi si è fatto massaggiare schiena e gamba ma è rientrato pimpantissimo. Si è arreso al quinto, con una smorfia profonda sul volto, fra i sospiri tristi del centrale. Addio Parigi, ai quarti contro Berdych ci va Ernesto. «Si vede che la terra rossa non ha più bisogno di me, sono stato liquidato», ha commentato con humor il papà bi-gemellare, che contro Gulbis aveva già perso a Roma nel 2010 e che a Parigi ha alzato la coppa solo una volta, nel 2009. «Ora passerò un po’ di tempo con la mia famiglia. Sono state settimane intense, ma voglio essere pronto per giocare Halle e Wimbledon. Sono già concentrato sull’erba». Ovvero sull’ultimo Slam che ha vinto, e per la settima volta, nel 2012. E quello dove il n.4 del mondo può giocarsi le (residue, che brutto scriverlo) chance di arrivare a 18 “major”. Mai dare per morto Federer – che è ancora n. 4 Atp anche se quest’anno ha vinto solo un titolo minore a Dubai – perché la sua classe eterna può consentirgli performance degne di Lazzaro. Ma la sensazione che il Genio stia scrivendo gli ultimi capitoli è forte. «A Wimbledon credo di avere molte più chance rispetto lo scorso anno. La sconfitta di oggi brucia, l’anno scorso contro Stakhovsky avevo fiutato il pericolo ma non credevo di perdere al 2° turno a Wimbledon, agli Us Open con Robredo le condizioni erano difficili. Oggi avevo più chance, ma non ho giocato come avrei dovuto, mi sono distratto un attimo. Poi Ernests ha fatto un bel lavoro, e non credo nel quarto set abbia chiamato il fisioterapista per rompermi il ritmo». Il sole di Roger sorgerà ancora, come scriveva Ernest (Hemingway, non Gulbis), ma i suoi raggi da ieri sono un po’ più deboli.

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