Senna, fra di noi

Dice un vecchio adagio del rugby che i grandi campioni non muoiono mai, al massimo passano la palla. Si adatta a tanti fuoriclasse, di tanti sport, ma non a uno come Ayron Senna, perché Senna – e in questi giorni zuppi ricordi e ricorrenze lo si capisce ancora meglio – non si è neanche mai allontanato da noi (da Italiaracing).

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Vent’anni fa è uscito al Tamburello, nel pomeriggio di un weekend da cani, ma non ci ha mai lasciati soli. In F.1 lo senti, lo respiri, lo ascolti passare a fianco, quasi puoi toccarlo. E’ dentro tutti gli occhi, infilato in ogni ricordo, inevitabile in ogni paragone, semplicemente perché Senna, in fondo, non è paragonabile a nessuno. Al di là del talento, dei numeri, delle cifre che possono essere limate, avvicinate, migliorate, del numero di GP vinti o di pole fatte, resta l’uomo, la personalità, lo spessore di un anima che non si può cancellare, che il passare degli anni anzi contribuisce ad accrescere. E’ un mito che cresce, quello di Ayron, ma non un mito distante, non un mito che impallidisce. In tanti siamo andati a vedere la sua tomba a Morumbi, a meditare su quella lastra persa nell’erba, e subito abbiamo capito che il posto di Senna, in realtà, non è in nessun luogo e ovunque. Ovunque ci sia talento, e la determinazione feroce di farlo fruttare; ovunque ci sia passione per lo sport, e coscienza che lo sport, in molti casi, può, deve andare oltre i propri confini. Ovunque ci sia umanità infinita, il senso di una responsabilità e di una missione. Senna è lì, ormai punto di riferimento per chiunque, anche per quelli che gli erano avversari, a volte nemici; anche per quelli che gli tifavano contro. Senna non lo chiudi in una statistica, in una cornice, nei fotogrammi di un documentario, neppure di quello bellissimo che gli è stato dedicato qualche anno fa. Non puoi batterlo, e non solo perché oggi (apparentemente) non corre più, ma perché oggi – lo sa Vettel, lo sa Alonso, lo sanno tutti – Senna continuerebbe a vincere. Perché era fatto di una stoffa speciale, perché ha segnato un’epoca, una delle più belle e tragiche della storia della F.1, ma soprattutto perché è diventato una categoria del nostro ragionare, un’unità di misura della nostra umanità. Ricordare le sue vittorie è una carezza per la memoria. Ricordare quello che ha detto, che ha pensato aiuta sempre a capire un po’ meglio la realtà, la nuda ferocia e insieme il mistero insondabile delle corse, dell’agonismo, del confronto fra uomini. Ayrton non è il più grande perché morendo si è spostato fuori dalla pista, sottraendosi al confronto, sprofondando nella leggenda. Ma perché è rimasto al nostro fianco, ci ascolta e dialoga con noi ogni volta che parliamo di vita e di sport, ogni volta che qualcuno sfida la sua memoria, al di là di quel primo maggio, oltre quella maledetta, ultima curva.

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Comments

  1. Bellissimo articolo, Stefano

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