Formula 1, poveri piloti

Tazio Nuvolari

C’era una volta Nuvolari, quello che «quando corre mette paura, perché il motore è feroce mentre taglia ruggendo la pianura». Quello che «con l’Alfa Rossa fa quello che vuole, dentro il fuoco di mille saette». Ora, da tempo ci siamo arresi alla fine dell’epica, nelle corse come nello sport (da Italiaracing). Non pretendiamo certo più che a un pilota di morire «non gli importi niente», ci mancherebbe. E al fuoco, alle saette, e ora anche al rumore feroce (sigh)  volenti o nolenti ci abbiamo rinunciato. Però un minimo di dignità, un minimo di rispetto per questi piloti, per favore, conserviamolo.

Jenson Button  ha confessato che i limiti di peso costringono molti al limite dell’anoressia e della disidratazione: nei box di Sepang, a quanto ci pare, c’è stato anche chi è collassato per troppa umidità. Molti suoi colleghi appena tolto il casco si profondono in complimenti agli ingegneri, ricambiati per altro solo nel caso in cui l’addomesticatissimo driver si sia dimostrato capace, come un pivellino a lezione di guida, di seguire le indicazioni dei suoi “istruttori” al muretto.

«Ai miei tempi – è sbottato il vecchio Emerson Fittipaldi – tornavi ai box, spiegavi all’ingegnere cosa volevi e ti facevi adattare la macchina. Oggi sono gli ingegneri che ti spiegano cosa fare. E umiliante». E’ un processo iniziato anni addietro, per carità, è peggiorato progressivamente e qualche colpa ce l’hanno anche i piloti stessi. Ma ora la situazione sta diventando grottesca. Calcoli, manettini, algoritmi. Guai a improvvisare, a uscire dal protocollo. Lo vogliamo chiamare progresso?

In F.1 ci si arriva (quasi) solo sborsando «almeno 4 miliardi», come ha ammesso in una intervista al Corriere della Sera Nico Rosberg, il talento sta diventando tragicamente una variabile indipendente. Metteteci poi che a un povero diavolo come Ricciardo, che si sta giocando le sue chance di gloria a fianco di Vettel, nelle ultime due gare è stato fatto pagare il conto, prima, di una battaglia politica sui sensori di flusso; poi di un errore dei meccanici al pit, e il quadro si avvia a completezza.

Tazio, da lassù, sta guardando con occhi sconsolati. Scuote la sua maschera tagliente, ma come vuole la leggenda «tiene la bocca sempre chiusa». Era abituato a fare, non a commentare. Visto da quaggiù assomiglia giusto un po’ a Raikkonen. Quello che «lasciatemi in pace, so quello che sto facendo». Più che uno slogan, ormai, un inno alla resistenza.

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