Mandela e gli Springboks, l’ombra del doping

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Nelson Mandela, il capitano degli Springboks Francois Pienaar, la Coppa del Mondo di rugby e una stretta di mano che fece il giro del mondo. E adesso un documentario di France 2 che su quella foto, fra le più famose della storia del rugby, proietta un sospetto scomodo, quello del doping, collegato a tre casi di Sla. Non una verità, ma un dubbio che infastidisce e tormenta come tutti quelli che lambiscono una leggenda, che rischiano di sfregiare un mito come l’epopea della riconciliazione raccontata anche al cinema da Clint Eastwood, Matt Damon e Morgan Freeman in “Invictus”.

Perché a tutti, come ha spiegato in una delle sue folgoranti vignette Altan, di farsi venire in mente pensieri che non condividiamo. Che facciamo fatica a sottoscrivere, che vorremmo scacciare, che non ci fanno star bene. Pizzini mentali sgradevoli come un prurito o terribili come un’eresia, che possono banalmente mandare di traverso un ricordo ma a volte rischiano di cambiare senso e gusto alla storia. E che è bene affrontare, prima di decidere se vanno rimessi nel cassetto, bruciati, rimossi, oppure pensati liberamente e pazienza se c’è un prezzo da pagare. France 2 il dubbio scomodo, sporco, se volete persino osceno se l’è fatto venire a proposito del rugby sudafricano e della pagina di gloria che gli Springboks scrissero ai Mondiali del 1995, quelli della vittoria in finale sulla Nuova Zelanda e di Nelson Mandela in campo con indosso il jersey numero 6 dei Bokke: la nascita in mondovisione della nazione arcobaleno e di una delle poche favole belle di un secolo corto e atroce come il Novecento.

Joost van der Westhuizen, il mediano di mischia di quella nazionale, e altri due giocatori della sua generazione, Tinus Linee e André Veter, oggi sono ridotti in fin di vita da malattie rarissime – la Sla per i primi due, la Mielite Trasversa per Venter – mentre Ruben Kruger, il flanker che ai Mondiali del ’95 segnò anche una meta, è morto quattro anni fa di tumore al cervello. Nicolas Geay, che ha firmato il documentario andato in onda su France 2 ha voluto chiedersi se si tratta di un destino crudele ma semplice, lineare, o se dietro non ci sia una verità non confessabile. Se quelle patologie che non lasciano speranza e colpiscono una persona su un milione, come la Mielite Trasversa, o 4-8 su 100 mila, come la Sla, non siano in realtà l’effetto dei troppi traumi rimediati o, peggio, di un doping sistematico. In Italia il collegamento immediato è con il calcio, con la maledizione della Sla che ha colpito i giocatori della Fiorentina a cavallo fra anni ’70 e ’80 – Beatrice, Galdiolo, Borgonovo – alimentando mille sospetti senza approdare a nessuna certezza, né medica né giuridica, tanto che l’inchiesta sull’utilizzo di farmaci come Micoren e Cortex fu archiviata.

Altri miti dello sport sono stati sfiorati dal dubbio – vedi il misterioso malore di Ronaldo ai Mondiali del 1998, o i ricorrenti sussurri attorno a Carl Lewis – o abbattuti con fragore, come nel caso di Lance Armstrong e Marion Jones. Il rugby è sport antico, nobile ed eticamente orientato ma non certo immune da sospetti e da casi di doping conclamati, e con un pizzico di sciovinismo in meno Geay e la sua troupe gli scheletri avrebbero potuto andarseli a cercare in casa. L’anno scorso Jean-Baptiste Elissalde, ex-mediano di mischia della sua nazionale come van der Westhuizen, ha ammesso che «negli anni ’70 e ’80 tutti facevamo uso di amfetamine, ciclisti, calciatori e rugbisti», mentre il pilone Laurent Benezech ha dichiarato a Le Monde che il rugby oggi per lui «è nella stessa situazione del ciclismo alla vigilia del caso-Festina (quello che nel 1998 fece deflagare il dramma-doping, ndr)». Eppure, quando la Francia sconfisse gli All Blacks ai Mondiali del 1999, L’Equipe celebrò «la vittoria della creatività sulla creatina». I miti, insomma, è sempre più comodo farli crollare in casa d’altri, anche se con il Tour i francesi hanno dimostrato di saper usare il pugno di ferro.

«Non volevamo fornire risposte – ha spiegato Geay – ma solo chiedere se non fosse il caso di parlare di questi argomenti». Di certezze il documentario di France 2 non ne offre molte, anzi nessuna. Van der Westhuizen oggi ha 43 anni, da tre non può camminare. E’ l’ombra del magnifico atleta che fu e stenta a parlare, ma nega di essersi mai aiutato con farmaci illegali. «Nessuno sa quale sia la causa della mia malattia. Ma non ho paura di morire. Sono un uomo felice». Linée a parlare non riesce proprio, ma ha risposto per bocca della moglie di essere convinto che «cose come il doping non abbiamo mai fatto parte del rugby». Anche se la moglie ha aggiunto di credere che «quella cosa», la malattia, «c’entri con il rugby». Magari con i diserbanti, o con i tanti traumi, visto che la medicina ancora brancola nel buio sulle cause di molte malattie neurologiche degenerative.

Il doping però rimane lo spettro più incombente, quello che fa più paura. Nella sua autobiografia Francois Pienaar, il capitano degli Springboks, ha scritto di aver «preso delle pillole», ma precisa: «non c’era nulla di illegale, erano solo vitamine». E Kobus Wiese, seconda line adi quegli anni, aggiunge: «erano iniziezioni di vitamima B12, del tutto legale: infatti non sono mai risultato positivo». Una frase che sembra detta con il sottile compiacimento di chi non si è mai fatto beccare.  Non era però una vitamina lo steroide per il quale Jonah Ackermann fu sospeso nel 1997. «Sentivo il peso degli allenatori e dei miei genitori che mi dicevano: devi pesare 100 chili, sei ancora a 90…», ha ammesso Ackermann mentre non pensava di essere ripreso. E uno steroide, lo stenazololo, fu anche all’origine dei due anni di sospensioni dell’ex-azzurro Carlo Alberto Del Fava, ai tempi in cui giocava con le giovanili degli Springboks.

Geay da parte sua sottolinea come la vitamina B12 sia stata usata in passato come un coadiuvante dell’Epo, e che nel ’95 il rugby era ancora uno sport dilettantistico, privo di seri controlli antidoping. E si chiede se alla fine pur di strappare un successo, specie se epocale come quello sui mise la firma il mito Mandela, qualche atleta non sia stato, ieri, vittima ignara di pratiche illegali. E non si sia trasformato, oggi, in complice sofferente e consapevole di una operazione di copertura. «Nessuno potrà mai provare che hanno fatto uso di Epo – ammette Geay – e non voglio essere io a dirlo. Ma la questione si pone». Del documentario di France 2 restano testimonianze off-record, mezze amissioni. E la sensazione amarognola che certi cattivi pensieri è meglio affrontarli, prima di scacciarli via, piuttosto che cancellarli con un colpo preventivo di spugna.

 

 

 

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