Bortolami, un capitano per allenatore

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«Giulio Cesare? No, stavolta lo lascerò in pace. Però ho bene in mente il discorso che farò prima della partita». Per riscattarsi dal disastro contro la Scozia, l’Italia che oggi a Dublino incrocia Irlanda si riaffida a Marco Bortolami, l’ingegnere della touche. Sono passati 7 anni (con l’eccezione del test match con l’Argentina nel 2012) dalla sua ultima vera fascia di capitano, l’Italia che riprende in mano deve fare a meno di Parisse, infortunato come Zanni, ed è rivoluzionata anche nella mediana e in terza linea. Da Sergio, capitano del cuore e del talento, ad un intellettuale del rugby come l’espertissimo 33enne Bortolami, che in passato ha guidato anche Gloucester e Narbonne, un onore vero. «Per impegnare gli irlandesi dovremo puntare su mischia e touche», predica. «Le basi di cui non può fare a meno una squadra fragile come la nostra». Specie considerando che Campagnaro, 20 anni, l’uomo delle due mete a Cardiff, con le sue 3 presenze oggi dovrà affrontare il semidio Brian O’Driscoll, che raggiunge il record mondiale di caps (140) e che sarà festeggiato in campo prima del definitivo addio contro la Francia. La speranza dell’Italia, sostiene la stampa locale, e che i Verdi si facciano distrarre dal superiority complex e abbiano già la testa a Parigi e al titolo. «O’Driscoll è uno dei più grandi – ammette Bortolami – la sua bravura sfiora l’arroganza, ma gli anglosassoni li conosco: se si sentono superiori diventano ancora più forti. I giovani italiani oggi sono differenti da quelli di 15 anni fa: noi badavamo a sopravvivere, loro hanno più qualità ma vanno sostenuti. Il capitano deve essere come un papà, togliere pressione. E far capire a chi pensa di avere ancora tanto tempo che ogni partita è un’occasione unica». Bortolami & Co dopo la batosta hanno studiato, preparato trucchi per la touche. Il corazon da solo non basta: «oltre a voler vincere, devi saperlo fare tecnicamente», insiste Bortolami, che non l’ammette ma studia (e un po’ già parla) da allenatore, un ruolo in cui gli italiani tristemente latitano ad alto livello. «Il compito di un capitano in realtà finisce quando entri in campo, in partita al massimo aggiusti qualcosa», aggiunge. «Perché nel rugby non si improvvisa». E questo spiega molto delle nostre sconfitte.

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