Kosovo, l’Europa in un calcio

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Se un calcio ad un pallone può spaccare una nazione, una partita di calcio può anche servire a riconquistarsi una patria. Specie nei Balcani (da La Stampa). Nel 1990 gli scontri fra tifosi di Dinamo Zagabria e Partizan Belgrado prima di un incontro che non si giocò mai, quello del famoso calcio di Boban a un poliziotto serbo, furono uno dei cerini buttati nella polveriera yugoslava. Mercoledì prossimo a Mitrovica, una cittadina a una 40ina di chilometri da Pristina, uno dei tizzoni usciti da quell’incendio epocale, il Kosovo, si giocherà contro Haiti la sua prima partita di calcio approvata dalla Fifa. Una amichevole ufficiale, ma dimezzata: i kosovari non potranno usare né bandiera, né simboli, né inno nazionale, visto che al Kosovo manca il riconoscimento ufficiale delle Nazioni Unite. «Noi vogliamo solo giocare a calcio», ha spiegato al New York Times Eroll Salihu, ex giocatore e oggi segretario della federcalcio locale. «Abbiamo team che esistono dal 1922, eravamo abituati a match con 40 mila spettatori. Per noi è importante fare parte dell’Europa». Nell’Europa del calcio non tutti però sono d’accordo. E ritrovare un’identità nazionale ricostruendo un puzzle di talenti sparsi nelle nazionali di mezzo continente è ancora più difficile. Nel 2008 il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza dalla Serbia, 108 Paesi dell’ Onu (fra cui l’Italia) su 193 lo hanno riconosciuto, e solo dopo un lungo tormento e molti ripensamenti, e nonostante il parere negativo dell’Uefa nello scorso gennaio Blatter ha deciso di concedere un parziale nullaosta alla Federata e Futbollit e Kosovës, fondata nel 1946, per match contro altre federazioni. Ci sono voluti sei anni anni di richieste e lamenti, di sussurri e trattative, tutta la tigna di Fadil Vokrri, presidente della federcalcioe unico kosovaro ad aver giocato con la maglia della Yugoslavia, per strappare alla Fifa questo primo, mezzo clandestino e molto discusso passo verso la normalità. La mossa decisiva è stata una petizione firmata una petizione inviata alla Fifa nel 2012, prima di un match di qualificazione ai Mondiali fra Svizzera e Albania, e firmata fra gli altri da Xherdan Shaqiri, Valon Behrami e Granit Xhaka, tre stelle di altrettanti grandi squadre europee (Bayern Monaco, Napoli e Borussia Monchengladbach) che hanno origini kosovare ma in nazionale giocano per la Svizzera. «Il Kosovo è riconosciuto dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale – era scritto nella lettera, sottoscritta anche da cinque nazionali albanesi sempre di discendenza kosovara – non può essere trattato come un qualsiasi altro territorio a cui è stato negato il permesso di giocare». Il paragone vincente, dopo un primo rinvio, fu quello avanzato da Vokrri con Gibilterra. La Serbia, che ritiene il Kosovo parte della propria storia, per concedere il suo assenso ha chiesto e ottenuto il bando di stemmi e inni, ma insomma da quella protesta è discesa la chance da giocarsi contro Haiti, altro avversario dal presente non facile. Il problema ora è mettere insieme i cocci umani. I kosovari della diaspora oggi giocano per molte nazioni europee che li hanno accolti come rifugiati, non solo Svizzera ma anche Svezia, Norvegia, Finlandia. Per il match contro Haiti è stato convocato anche Adnan Januzaj, il talentino del Manchester United che potrebbe giocare anche per Belgio, Serbia, Turchia e (in futuro) Inghilterra, ma suo padre ha deciso che non era il caso di giocarsi il futuro per onorare il passato. Nella lista originale degli “inviti” comparivano anche Shaqiri, che nel match della petizione giocò con le bandiere di Svizzera, Kosovo e Albania tutte stampate sulle scarpe, sollevando fra gli elvetici di più ristrette vedute dubbi sulla sua lealtà, e sei giocatori che militano in Italia: Etrit Berisha e Lorik Cana (Lazio) Samir Uikani (Palermo), Valor Behrami (Napoli), Perparim Hetemaj (Chievo) e Migjien Basha (Torino). Shaquiri, Behrami e gli altri “svizzeri” però mercoledì, come gli altri nazionali, non scenderanno in campo.

«Non volevamo mettere i giocatori in una posizione difficile – ha spiegato Salihu sempre al New York Times – appena prima della Coppa del Mondo in Brasile sarebbe stato difficile per loro dover scegliere quale nazione calcistica scegliere per il loro futuro. Dobbiamo rispettare la Svizzera». In in futuro ci saranno altri nodi da sciogliere. «Per noi la partita contro Haiti rappresenta un momento storico», ammette il ct Albert Bunjaki, un ex medico che lasciò il Kosovo negli anni ’90 e ha poi giocatoinSvezia. «Ci sono tanti nostri giocatori in Europa che oggi giocano per diverse nazionali, e questo rende tutto un po’ più difficile». A Mitrovica sarà anche problematico il contesto, visto che la cittadina, l’unica in possesso di uno stadio omologato per match internazionali, mantiene una forza presenza di popolazione serba. «Per noi è solo l’inizio», ha sottolineato Salihu. «Non vogliamo rimanere in una gabbia per sempre». In un Europa che stenta a credere in se stessa in tutti i campi, non è così facile credere che una colla riesca a fornirla il pallone. 

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