John Newcombe: «Federer, vai a rete!»

 

 

NEWCOMBE

John Newcombe è stato l’ultimo dei Grandi Australiani che hanno dominato il tennis per un ventennio, fra anni ’50 e ’60. Ha vinto tre volte a Wimbledon (battendo anche Laver), nel 1967 e nel 1974 è stato il re 1 delle classifiche ma fuori del campo ancora oggi, a quasi 70 anni – splendidamente portati – “Baffo” John è un numero 1 per simpatia, personalità, saggezza. In Australia, dove è un autentico guru, hanno fatto quindi scandalo la sua idea di creare un ereticissimo quinto Slam in Cina. «Dipende dagli attuali 4 Slam, ma perché no?», mi ha spiegato “Newk” al telefono dalla sua bella casa sul mare a Sydney alla vigilia degli ultimi Australian Open. «Servirebbe ad aprire le porte del tennis alla Cina, una nazione enorme. Se la Cina fosse disposta a pagare un miliardo agli attuali quattro Slam, sarebbe un affare per tutti».

Ma gli Slam sono una questione di tradizione, non di denaro..

«E’ vero. Ma se nascesse domani, fra 50 anni lo Slam cinese avrebbe una sua tradizione. Del resto la cinese Li Na ha già vinto uno Slam fra le donne, è fra le favorite per gli Australian Open quest’anno, e credo che in futuro avremo anche un cinese maschio vincitore di uno Slam».

Che altri cambiamenti vorrebbe nel tennis?

«Vorrei che la Davis diventasse una competizione lunga due settimane, riservata alle 8 migliori nazioni, da disputare in un continente ogni due o quattro anni. Ad esempio con i quarti a Roma, Parigi, Londra e Amburgo, semifinali a Parigi e Wimbledon, finale a Wimbledon. Tutte le tv la seguirebbero, e si avrebbe almeno un anno per promuoverla”.

Lei è stato un grande anche in doppio: è d’accordo con McEnroe che vorrebbe abolirlo?

«Credo che John abbia parlato più con i sentimenti che con la logica. Non si può abolire il doppio, perché è un terreno di coltura per i tennisti. Lo ha spiegato bene Stepanek: è nato come doppista e con il doppio ha guadagnato i soldi necessari a tentare di diventare bravaanche in singolo. Poi il 90 per cento dei tennisti al mondo gioca più il doppio che il singolo. A Brisbane, quando Federer ha giocato il doppio, non c’era un solo posto libero…».

Ecco, il problema è proprio che i big non lo giocano…

«Un ‘idea per cambiare la tendenza potrebbe essere quella di fare giocare al Masters gli otto singolaristi anche nel tabellone di doppio, contro le coppie che si sono qualificate in base alla classifica di specialità».

Ha nominato Federer: più grande lui o più grande il suo amico Laver?

«Impossibile dirlo: chi può sapere come avrebbe giocato Laver con le nuove racchette? Sono stati i migliori nella loro epoca, punto e basta».

Cosa pensa dei campioni-coach? Becker ed Edberg sapranno ripetere per Djokovic e Federer quello che Lendl ha fatto per Murray, o è solo una moda?

«Dipende da Djokovic e Federer. Murray aveva bisogno di uno come Lendl, che gli mostrasse l’ultimo sentiero verso la vetta. Piccoli dettagli, ma importanti, e Andy era disposto ad ascoltare i consigli di Ivan. Ora quando Murray gioca non guarda più tante volte in tribuna, e non piagnucola più in campo. Per quanto riguarda Becker, non vedo cosa possa fare più che rendere felice Djokovic sedendosi nel suo box…».

E per quanto riguarda Federer?

«Se vuole tornare a battere Djokovic e Nadal deve andare più a rete (profetico Newc, visti i risultati di Dubai, ndr). Da fondocampo non ce la fa più. Quando vinse il suo primo Wimbledon faceva serve&volley su ogni punto, in seguito per vincere gli bastava da giocare da fondo, e così ha perso l’abitudine ad andare a rete. Ha smarrito l’arte della volée e infatti oggi a rete il suo gioco non è consistente. Se fa serve&volley non lo fa con convinzione, l’ho notato anche a Brisbane. Edberg può aiutarlo in questo, ma bisogna vedere se Federer è pronto ad ascoltarlo».

Il tennis di oggi non sembra però adatto agli integralisti della volée…

«Non ho detto che deve giocare ogni punto all’attacco. A Sydney uno come Stakhovsky ha mandato in confusione tutti con la sua velocità e le sue volée,alternando punti da fondo e attacchi. Mette a pressione a tutti, quando scende a rete li obbliga a giocar un gran punto, e io credo che il futuro appartenga proprio a questo tipo di giocatori».

Lei nel ’75 a 31 anni battè il 22enne Connors nella finale degli Australian Open. Il 32 enne Federer può ancora vincere uno Slam?

«Credo di sì. Nelle ultime sei settimane si è allenato molto, e i problemi alla schiena che l’hanno tormentato nel 2014 sembrano superati. Il fisico e la testa sono pronti, non so se è pronto il suo tennis: a Sydney l’ho visto sbagliare ancora troppi dritti. Le sue chance deve giocarsele qui e a Wimbledon».

E’ vero che per prepararsi a battere Connors lei correva ogni giorno cinque miglia in salita e beveva birra?

«Le “Connors Hills” sono ancora lì, quando arrivavo in cima facevo anche un balletto. Quella della birra è invece una storia che piace tanto ai giornalisti (ride, ndr)».

Qual è il suo più bel ricordo dell’Italia? A maggio fra l’altro tornerà da noi per festeggiare i suoi 70 anni con la Racchetta d’Oro della Fit.

«L’Italia è uno dei Paesi dove mi piaceva di più giocare. Tanti miei colleghi mal sopportavano il calore del pubblico, non lo capivano: io lo adoravo. Per gli italiani un match di tennis è teatro. Uno dei miei “magic moments” è stata la vittoria a Roma nel 1969. E poi il match di Davis del ’76 contro Adriano Panatta. Io avevo vinto il primo set, lui il secondo di poco, e il pubblico era impazzito per cinque minuti. Quando fummo pronti per riprendere il nostro teatro, nello stadio si sarebbe sentito cadere uno spillo. Allora mi fermai, buttai a terra la racchetta, camminai verso il pubblico e urlai: “ehi, perché non mi applaudite? anch’io so giocare bene!”. Il risultato fu un minuto e mezzo di cori “Newcombe!” Newcombe!”. Il mio capitano non la prese bene, ma per me fu come vincere la partita. Mi è sempre piaciuto giocare contro Adriano, ma più ancora apprezzo la sua amicizia».

Oggi mancano personalità come la sua, non crede?

«No, Nadal ha molti fan, Djokovic ha portato una ventata nuova, persino uno come Ferrer affascina per la sua tempra di lottatore. Il gioco sì, è diventato più noioso. Un match come Ferrer-Berdych non è divertente, tutti i punti sono uguali. Però mi piace vedere uno come Murray: dietro ogni suo colpo c’è un pensiero, non si limita a picchiare forte».

Ci mancano gli australiani..

«Forse abbiamo qualche giovane interessante, come Kokkinakis…».

Ma il filo della tradizione si è spezzato: come mai?

«E’ successo nel 1968, con l’arrivo del professionismo. Noi allora avevamo forse 6 dei top-20 mondiali. La federazione però decise che i “pro” non avrebbero più potuto giocare la Coppa Davis, e tutti noi per cinque anni non potemmo giocarla. Smettemmo di viaggiare con i giovani di allora – Alexander, Dent, Case, Masters… – e così non riuscimmo a trasmettere la cultura e il segreto del nostro tennis. Quando una tradizione si interrompe, è difficile ricostruirla. Iniziammo a farlo io e Roche nel 1980, e i risultati si sono visti con Rafter, Hewitt e Philippoussis, la vittoria in Davis. Poi per altri 10 anni tutto è andato perduto. Ora da tre anni Pat Rafter è capitano di Coppa Davis e ha ripreso il nostro lavoro, che è anche quello di essere duro con chi non ha voglia di lavorare, a costo di escludere dei giocatori dalla Coppa Davis. E’ un lavoro che inizia a pagare dividendi, e che forse fra due anni Hewitt si incaricherà di portare avanti. E’ una ricostruzione che nel giro di cinque o sei anni riporterà l’Australia nella top-10».

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