Kubica, il diritto di scegliere

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Robert Kubica esce di strada al Monte-Carlo e la rete si scatena (da Italiaracing). Quella cartacea e quella virtuale. In un intreccio fatto di preoccupazione umanissima e condivisibile – Robert è campione amato e molto sfortunato, è comprensibile trepidare per lui – e di moralismi («fermiamolo!») decisamente meno giustificati e giustificabili. L’ex driver della Renault l’anno scorso ha conquistato il WRC2, guadagnandosi l’ammirazione di tutti, fan e colleghi; quest’anno ha vinto il Janner rally con prestazioni da fenomeno e anche al Monte, prima di uscire di pista, ha incantato con le sue prestazioni velocistiche. «C’era un sacco di neve, ho dovuto guidare con grande attenzione perché l’anno scorso avevo distrutto la macchina in queste condizioni», ha detto Latvala dopo la prima speciale. E il campione Ogier: «condizioni folli con le stick, alla prima curva ho sbattuto contro il muro». Una prova nella quale Kubica ha ottenuto il miglior tempo. Eppure. Nei rally bucano, sbattono, forano, si ribaltano tutti, prima o poi – anche Raikkonen durante la sua parentesi da “fuori pista”. Ma sembra che solo Kubica faccia notizia. Il meccanismo è noto, il “giornalese” funziona così, ed è sicuramente ingenuo lamentarsene. Un po’ come nel calcio, dove più che i gol e le parate fanno audience le bizze di Balotelli o le sviste arbitrali. I rally poi sono un disciplina splendida ma purtroppo ormai “di nicchia” – almeno in Italia, fino a quando non arriverà un campione italiano, e allora diventeremo tutti espertissimi co-piloti – ed è dunque “quasi” inevitabile che venga considerata dai media “che contano” solo quando si tratta di descrivere tragedie e sventure, o di agitare il drappo della “pericolosità”, invocandone l’abolizione. Ecco, su quel “quasi” ci possiamo muovere noi che delle corse abbiamo un’altra idea, più romantica e forse più cinica, più innamorata e più realistica insieme. Le gare sono pericolose, e i piloti lo sanno. Specie quelli bravi come Kubica, o come Raikkonen, che infatti di una frase semplice e un po’ brusca ha fatto il suo slogan: «lasciatemi in pace, so quello che faccio». Diamogli retta. Lasciamo in pace – senza smettere di tifare e trepidare per lui – anche il soldato Kubica.

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