Così la Svizzera “coccola” i talenti del tennis

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La Svizzera ha 8 milioni di abitanti e una bacheca tennistica che fa impallidire quella di nazioni molto più popolose e che nel tennis si illudono di possedere una tradizione illustre. Già, perché i nostri vicini di casa sicuramente hanno qualche difetto e molta fortuna, ma da oltre quarant’anni non smettono di produrre, o nutrire, talenti di altissimo livello: da Heinz Gunthardt a Pippo Rosset, da Jakob Hlasek a Claudio Mezzadri, da Martina Hingis a Roger Federer, a Patty Schnyder, a Stanislas Wawrinka, all’ultima arrivata Belinda Bencic – la sweet sixteen che sta crescendo con le stimmate da futura number one. Certo, sia Hlasek che la Bencic sono nati in Repubblica Ceca, la Hingis in Slovacchia, Wawrinka ha origini ceche e polacche, Federer è mezzo sudafricano, Mezzadri italiano anche se è nato a Locarno. Ma limitarsi ad accusare gli svizzeri di riciclaggio di talenti sarebbe ingiusto. E miope. Primo, perché oggi, dopo gli errori del passato, il loro sistema di reclutamento e di addestramento funziona, come dimostra l’eccellenza del centro tecnico di Bienne. Secondo, perché un talento come Ivan Ljubicic (ex n.3 del mondo) noi italiani lo avevamo in casa ma siamo riusciti a farcelo scappare per colpa della cieca stolidità della burocrazia. Terzo, perché i cantonali hanno smesso di prendere… cantonate, e i talenti sono bravissimi ad accoglierli e gestirli. Come spiega proprio Claudio Mezzadri, ex-n. 26 del mondo ed ex davisman rosso-crociato che oggi collabora con Swisstennis. «Il centro di Bienne è davvero di alto livello, lì vanno ad allenarsi Wawrinka ma anche tennisti francesi come Simon e Monfils», racconta Claudio. «Soprattutto però la federtennis svizzera ha capito che i talenti vanno assecondati, non vessati con regole, sanzioni, imposizione di contratti. La Bencic, ad esempio, ora preferisce lavorare per conto suo? Benissimo, la federazione continua ad aiutarla con alcuni contributi, magari minori di prima, ma le lascia le porte aperte e le offre collaborazione. Lo stesso è accaduto con Federer o con me: quando decisi di spostarmi in Italia vennero a casa mia dirigenti e tecnici della federazione, prendemmo un tè insieme e io spiegai loro le mie motivazioni. Ne presero atto, ci lasciammo in ottimi rapporti. E quando tre anni dopo tornai indietro, non ebbi nessun problema». Lo stesso trattamento riservato più recentemente a Romina Oprandi. Tutto il contrario, insomma, di quanto ha dovuto passare Simone Bolelli, a suo tempo squalificato a vita dalla Fit per aver rifiutato una convocazione. Gli fu detto che “sputava sulla maglia”, e gli venne anche poco elegantemente ricordato il suo “debito d’onore”. Poi fu riaccolto, ma solo dopo che ebbe lasciato il coach “scomodo” Claudio Pistolesi. Se i talenti non li sai produrre, è la morale che arriva dalla Svizzera, almeno preoccupati di non farli scappare. O di non rovinarli. «Anche perché spesso sono i talenti che a loro volta ti insegnano molto, se li sai ascoltare», continua Mezzadri, che ora sta lavorando all’apertura di una academy in Ticino, vicino a Mendrisio. «Anche a Bienne, accanto al centro vero e proprio, lavora una struttura privata che collabora con la federazione, e strutture simili, denominate partner academy, operano nelle varie associazioni cantonali. Per aprirne una devi possedere determinati parametri di qualità – campi coperti, foresteria, palestra, eccetera – e in base a quelli, e ai risultati che riesci ad ottenere, ricevi dei fondi. Quando poi un ragazzino diventa troppo bravo per continuare ad allenarsi nel suo cantone, viene convocato a Bienne». Un sistema che funziona. All’interno di una realtà economica decisamente più florida della nostra, va detto, e non senza qualche inciampo “politico”. Ma un sistema che – visti i non strepitosi risultati ottenuti fino ad oggi dai piani d’area e dal centro di Tirrenia – varrebbe se non altro la pena di studiare anche in Italia.

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