Carlos Sainz: «ho ancora voglia di sfidare la Dakar»

Carlos Sainz - Action

Lo chiamano “El Matador”, oppure il “re”, e non a caso, perché Carlos Sainz di un guerriero e di sovrano vero ha tutto: il portamento, l’eleganza, il coraggio, la cortesia. E i quarti di nobiltà (da La Stampa). Due mondiali rally vinti con la Toyota nel ’90 e nel ’92, ha domato il Rally Safari ed è stato il primo non finlandese a trionfare al Mille Laghi. Il 5 gennaio sarà ancora una volta la star della Dakar, gara che ha già vinto nel 2010 e che continua ad attrarlo come una calamita oscura e splendida. «E’ una gara che mi piace e che mi è piaciuta sin dalla prima volta che l’ho corsa», spiega. «La Dakar o si odia o si ama. Dura 14 giorni ed è una grande sfida fisica e mentale. Una sfida con te stesso. Io ho ancora voglia di queste sfide».

Tensione?

«Prima di ogni gara, sempre. Un’ora prima ho sempre quella sensazione che mi fa capire che sto facendo qualcosa di speciale».

Paura? Pensa mai alle tante vittime della Dakar?

«Io non ho mai paura. Non penso al pericolo altrimenti starei a casa. Certo è una gara che ha conosciuto tante sventure, in macchina e soprattutto in moto. Va rispettata e preparata bene a livello fisico e meccanico, non si può improvvisare».

Lei correrà su un “buggy”: ci spiega vantaggi e svantaggi?

«Il nostro buggy a due ruote motrici è molto più leggero delle vetture a trazione integrale e può contare su 400 cavalli. Dovremmo essere i più veloci nei tratti aperti, ma un po’ svantaggiati nei passaggi più impervi».

Cos’ha guadagnato e perso la Dakar spostandosi in Sudamerica dall’Africa?

«Ha sicuramente guadagnato in sicurezza. In Sudamerica sono più varie anche le superfici che ci troviamo ad affrontare. Ma il centro della Mauritania è qualcosa di speciale, che lì non trovi, anche se il deserto di Atacama ha il suo fascino. Credo che la Dakar abbia avuto fortuna a trovare nel Sudamerica una collocazione che le ha permesso di non snaturarsi».

Nelle sue sei partecipazioni qual è stato il momento più divertente?

«Il più divertente è stato vincere. E quando sono passato sulle dune di Iquique a 200 all’ora, in quinta marcia, arrivando al limitatore. Una delle cose più spettacolari che ho fatto al volante di un’automobile»

E il più drammatico?

«Nel 2009: stavo per vincere e a due tappe dalla fine sono finito in una fossa. Stavamo attraversando un way-point, un passaggio obbligato e ci siamo trovati davanti un fiume secco non segnalato. Siamo caduti per quattro metri. Io ne sono uscito illeso, il mio co-pilota si è rotto una spalla: poteva andare molto peggio. La macchina che ci seguiva non ci ha centrati per miracolo».

Per gareggiare segue una preparazione fisica mirata?

«Inizio a preparare la gara mesi prima, dal punto di vista fisico e mentale, oltre a curare la macchina in ogni aspetto. A 51 anni non posso essere in forma come quando ne avevo 25, però fisicamente mi sento a posto. Altrimenti contro avversari più giovani non avrei chance in una gara come la Dakar».

Quale sarà la tappa più dura quest’anno?

«La numero 4, da San Juan a Chilechito: 657 km e 6-7 ore di “speciale”, più 211 di trasferimento. Una sfida massacrante sia per noi sia per le macchine. Sono molto curioso di affrontarla».

Suo figlio Carlos jr corre in monoposto, con la prospettiva di arrivare in F.1: lei è un papà che dà molti consigli?

«Carlos ha già 19 anni, è un adulto. Io posso dargli qualche consiglio di vita, su come affrontare le situazioni in generale ma non sui dettagli, che conosce meglio di me. Ha talento, ma non basta. Per arrivare in F.1 serve anche molta fortuna».

Robert Kubica, ex pilota di Formula 1, si è ripreso dal terribile incidente e il prossimo correrà nel mondiale rally a tempo pieno con la Ford. Cosa potrà fare, considerati i suoi problemi alla mano?

«E’ incredibile quello che riesce a fare in quella condizione, vuol dire che è un talento eccezionale. Ma nel rally occorre esperienza, bisogna imparare a fare le “note”. Credo che abbia ancora bisogno di tempo per arrivare ad alto livello».

Lei non hai iniziato dai motori, ma con un provino al Real Madrid. In che ruolo giocava?

«Sono sempre stato molto appassionato di calcio. Ero centrocampista e ho giocato seriamente fino a 18 anni, ancora adesso faccio qualche partita. In quel periodo giocavo però anche tanto a squash (è stato campione spagnolo u.16, ndr). Ero e sono un vero appassionato di sport».

A squash ha anche palleggiato con il re di Spagna…

«Qualche volta è capitato. Conosco il re, lui è anche un grande appassionato di motori. Ma non posso certo dire di essere suo amico».

Tra gli sport che segue e pratica c’è anche il tennis. Rafael Nadal è stato eletto ‘atleta più importante nella storia dello sport spagnolo’. Giusto?

«Sì, lui è un vero numero 1, un esempio valido e forte per tutti i giovani».

In passato si è anche candidato per diventare presidente del Real Madrid. Chi avrebbe comprato?

«Forse l’unico giocatore che manca al Real è Messi. Cristiano Ronaldo sta facendo un ottimo campionato ma per valutare se merita lui il pallone d’oro aspetto la Champions».

Per finire: da madridista sfegatato, meglio Ancelotti o Mourinho?

«Ancelotti, senza dubbio. Non sono un grande fan di Mourinho».

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