L’addio di Franchitti: «quanto mi sono divertito»

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Aveva detto “no mas” alla sua maniera, con poche parole e pochissimo rumore, all’indomani dell’incidente di Houston. Keep calm, and carry on, anche senza più le corse, perché il trauma cranico rimediato nella terrificante botta in Texas ha lasciato strascichi che sconsigliano ulteriori rischi. (da Italiaracing) Ma la fine di una carriera luminosa come quella di Dario Franchitti, uno dei dieci piloti nella storia ad aver vinto almeno tre volte la 500 Miglia di Indianapolis, non poteva finire senza una spiegazione, un biglietto d’addio – che infatti è puntualmente arrivato durante una conferenza stampa Indycar nella sede della Ganassi Racing.

Un commiato misurato e un po’ malinconico, come è nello stile di un campione schivo, che non ha mai evitato la battaglia, anche dura, in pista; ma che si è sempre ritratto davanti al versante più glamour del suo mestiere nonostante il matrimonio con l’attrice Ashley Judd, di nuovo al suo fianco dopo un periodo di burrasca. «Avrei dovuto tenere questa conferenza tre settimane fa», ha spiegato il driver scozzese, che ancora è costretto ad usare le stampelle, con un sorriso un po’ amaro dei suoi. «Visto che nelle ultime tre settimane ci sono stati molto miglioramenti». Le cose vanno meglio, ma non abbastanza meglio. In realtà, come ha spiegato nel corso dell’incontro con la stampa, già durante una serie di esami condotti a Miami subito dopo l’incidente si era reso conto che probabilmente la sua carriera era finita.

Test neurologici, un elettroencefalogramma di un’ora, purtroppo con esiti non incoraggianti. «Telefonai a Tony Kanaan per chiedergli di guidare la mia macchina nel caso non fossi stato in grado, e gli dissi: ‘Tony, non so come andrà a finire questa faccenda. Forse sono nei guai.’ Ma allora ero ancora scosso, non ragionavo bene». Come ha spiegato lo stesso Kanaan, «Dario non mi sembrava più lui. Era venuto a casa mia e sembrava assente, parlava lentamente. Quando uno ti rifà la stessa domanda dieci volte, e dorme 16 ore al giorno, capisci che c’è qualcosa che non va».

Per rimettersi in sesto Franchitti si era preso una lunga vacanza in Scozia: molto relax, qualche libro, la speranza di recuperare. Ma a novembre è arrivato il verdetto finale: addio corse, a 40 anni il rischio di subire danni gravissimi in caso di un nuovo incidente, dopo una serie di tre traumi cranici infilati negli ultimi 11 anni, erano troppo alte. Il cervello è l’organo più protetto del corpo umano, ma dopo traumi ripetuti rimane come senza difese, e un ulteriore botta potrebbe comprometterne seriamente le facoltà. Nel 2003 a Franchitti era capitato di correre la Pikes Peak con una frattura alla schiena prima che i dottori se ne accorgessero, ma stavolta la diagnosi è stata inappellabile.

«Mi sono detto: e adesso come la gestisco questa cosa? Speravo ci forse un margine per riuscire ad evitare l’addio, ma non è stato così». Secondo Kanaan si tratta di un no definitivo, non ci saranno ripensamenti. Restano invece un paio di rimpianti. «Una gara che mi sarebbe piaciuto correre è la 24 Ore di Le Mans, in coppia con mio fratello Marino. Peccato. Ma credo che sarà ancora più difficile venire a patti con l’idea di non poter tentare di vincere la 500 Miglia per la quarta volta (come è riuscito solo a A.J. Foyt, Al Unser e Rick Mears, ndr). Me ne renderò conto solo quando mi ritroverò a vederla davanti alla tv”.

“Però queste sono le carte che mi sono capitate, e con queste devo giocare, no? In futuro vorrei restare nel mondo delle corse, lavorare con la IndyCar e con Ganassi, vedremo. Per il momento voglio ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicino in questi anni. Ci sono stati momenti brutti, momenti terribili, ma da quando ho iniziato a correre con i go-kart mi sono divertito un sacco. Chissà cosa sarebbe successo se fossi arrivato in F.1: la mia vita sarebbe cambiata? Io so solo che la Scozia è la mia patria, ma che sulle piste americane mi sono sempre sentito come a casa». Nessun rimpianto, campione. È stato un gran bel viaggio.

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