Mandela, l’uomo che con sport ha cambiato il mondo

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Nel 1988 la rivista Matchball mi spedì a Johannesburg per assistere all’ultimo torneo di tennis internazionale prima del bando sportivo che avrebbe colpito di lì a poco il Sud Africa per via dell’Apartheid: Mandela era in prigione dal 1962, sarebbe stato liberato due anni più tardi. Si giocava indoor ad Ellis Park, nel complesso che ospita anche la casa degli Springboks di rugby, e gli organizzatori ogni giorno promettevano un tour nelle township per visitare i programmi studiati per la gioventù nere. Ma il tour non si faceva mai. Così una sera avvicinai di nascosto alcuni ragazzi neri della trasportation. «Non è come vi raccontano, a Soweto – mi dissero – se vuoi ti accompagniamo». Il giorno dopo ero lì, unico bianco nel giro di venti chilometri, a calpestare campi da tennis con il cemento crepato, senza reti, dove riposavano resti in decomposizione di gatti morti. Gli stessi campi che qualche lustro prima Arthur Ashe in persona aveva inaugurato. «We want our future tennis stars», c’era scritto su un muro.

Le stelle nere del tennis sudafricano non sono ancora nate, ma oggi Soweto è diversa, più sicura e quasi trendy, e il Sud Africa è tornato da anni a far parte della comunità sportiva. Il merito di tutto, lo sappiamo, è di quell’uomo dei miracoli che si chiamava Nelson Mandela. Perché Madiba è stato, fra mille cose, anche uno sportivo e un amante dello sport. Soprattutto è stato il politico, il visionario che ha capito, meglio di tutti, che “lo sport può cambiare il mondo», come recita una delle sue frasi più famose. Madiba però non si è limitato alle parole: le ha rese vive, ha davvero trasformato il mondo in un giorno di giugno del 1995, usando una palla ovale e il jersey degli Springboks con il numero 6 sulla schiena.

Da giovane lo sport che amava era la boxe. Come ha scritto Dario Torromeo nel suo bellissimo blog dedicato al pugilato (lo consiglio vivamente http://news.boxeringweb.net/rubriche/bordo-ring-di-dario-torromeo/28463-mandela-e-il-senso-della-boxe.html), in carcere  il pugilato ha aiutato Mandela « ad andare avanti. L’ha amato fin da ragazzo, quando andava ad allenarsi in una piccola palestra di Soweto. Ha boxato da dilettante, un peso medio che preferiva la tecnica alla bagarre. Uno che aveva colto l’essenza di questa disciplina». «Amo la scienza del pugilato – ha scritto Mandela stesso – la strategia di attaccare e indietreggiare allo stesso tempo. La boxe significa uguaglianza. Sul ring il colore, l’età e la ricchezza non contano nulla. Ma più che il combattimento, a me piace l’allenamento regolare e costante, l’esercizio fisico che la mattina dopo ti fa sentire fresco e rinvigorito».

E anche nei 28 anni di carcere passato a Robben Island, dove lottò anche per metter in piedi una squadra di calcetto fra prigionieri (la Macana Football association, nella quale però a lui, detenuto in isolamento, non era permesso di giocare) la boxe lo aiutava a mantenersi in forma. «La boxe è un modo per perdermi in qualcosa di diverso dalla lotta politica» ha ricordato nel suo libro “Conversazioni con me stesso” volume. I grandi campioni hanno ricambiato il suo amore. Sugar Ray Leonard gli ha donato una cintura mondiale, Muhammed Ali ha voluto posare con lui, e quando ad una cena di gala a New York Mandela puntò il dito verso Joe Frazier dicendogli «tu eri il mio idolo quando ero in prigione», il grande Smoking Joe si commosse e gli appoggiò la testa sulla spalla come un bambino. Del resto il carisma di Mandela trafisse anche John McEnroe, che dopo aver letto una frase di Madiba piena di ammirazione per il suo gioco, montò su un aereo per il Sud Africa. «adesso so che la mia vita non è stata inutile».

Il calcio è stato un altro degli sport dell’uomo dei miracoli, che proprio in occasione dei Mondiali del 2010 (che aveva tanto voluto in prima persona) fece la sua ultima apparizione pubblica, un giro di campo su un caddy, in braccio la Coppa del Mondo. Ma già al 1994, quattro anni dopo la sua liberazione, era iniziata la leggenda del “Madiba Magic”, l’influsso vincente di Mandela sulla nazionale sudafricana dopo una sua apparizione allo stadio che – si narra – propiziò i due gol segnati nel secondo tempo e che valsero la vittoria dei bafana bafana sullo Zambia.

Ma è indubbiamente il rugby lo sport legato con un cordone rosso alle vicende di Mandela, al Sud Africa e a una trasformazione epocale che lasciato il segno sulla storia come pochi altri venti nel secondo Novecento. L’immagine che fece il giro del mondo era già allora un fotogramma, un pezzo di vita che impressiona la mente e mette in moto la storia: il piccolo padre nero che sorride al grande figlio bianco, mano nella mano, occhi negli occhi. Con lo stesso jersey verde addosso, il numero 6 sulle spalle. Anche il dialogo era già scritto: “Grazie per quello che avete fatto per il Sud Africa”. “Presidente, è niente rispetto a quello che ha fatto lei per il Sud Africa”. Ellis Park, Johannesburg, 25 giugno 1995. Forse la più bella avventura dello sport nel XX secolo.

Francois, il lato biondo della favola, era nato e cresciuto a Vereeniging, città industriale a sud di Johannesburg. Nel 1960 nella township nera di Sharpeville, alle porte di Veereniging, la polizia uccise 69 dimostranti neri. «Ma noi eravamo una tipica e famiglia di lavoratori afrikaans”, racconta Pienaar. “Non parlavamo mai di politica e credevamo al 100 per cento alla propaganda». Mandela nel ’94 era stato appena eletto presidente del Sud Africa. Veniva da 27 anni di prigionia, voleva finire il lavoro di una vita. Nel 1990, alla parata per la sua liberazione, dopo un lungo tormento, si era palesato Morne Du Plessis, l’ex capitano e allora manager degli Springboks. Un mito afrikaans. Mandela, come i neri lungimiranti che quel giorno di quattro anni prima aveva difeso l’immenso e imbarazzato omone bianco da un nero ubriaco che voleva cacciarlo dal party, capì che il rugby, lo sport bianco e sporco di vergogna che era appena uscito dal bando internazionale, poteva diventare uno strumento fenomenale. Durante la segregazione, ai match degli Springboks, un settore dello stadio era comunque riservato ai neri. Che lo stipavano per tifare per la squadra avversaria. Mettere insieme palla ovale e orgoglio nero pareva una impresa assurda, prima ancora che disperata. Ma “Madiba” lottò, e riuscì ad ottenere l’organizzazione dei Mondiali del ’95.

Un giorno di giugno del 1994, poi, invitò Pienaar a prendere un tè con lui all’Union Building. Il capitano fu accolto dall’altissima, severissima segretaria nera di Mandela, Mary Mxadana. «Ero tesissimo. Che cosa devo dirgli?, mi chiedevo. Poi Mxadana mi fece entrare nell’enorme sala vuota dove Madiba mi aspettava, lui si alzò sorridente e mi venne incontro: ‘Ah! Francois, sei stato gentilissimo a venire! Vuoi un po’ di latte nel tè?’ Si congratulò con me per la vittoria con l’Inghilterra, ci mettemmo a parlare. Dopo cinque minuti il mio umore era del tutto cambiato. Non è solo amichevole, Madiba. E’ che con lui ti senti al sicuro». Pienaar uscì dall’ufficio con un amico in più, che gli aveva consegnato un messaggio: «sentitevi fieri della maglia degli Springbok, perché io lo sono. E vincete il Mondiale». Il Presidente continuò a chiamare il Capitano per tutto l’anno successivo, informandosi, incoraggiando la squadra: «piccole cose – spiega Pienaar – ma che per noi furono fondamentali». Riuscì, insieme a Du Plessis, anche a convincere gli Springboks (be’, qualcuno degli Springboks…) a imparare a memoria Nikosi Sikelele, il nuovo inno in lingua Xhosa, e a cantarlo. I Bok non erano i favoriti del mondiale, nemmeno quando arrivarono in finale contro gli All Blacks.

«Io quel giorno commentavo la partita per la radio”, ha raccontato Nick Mallett, l’ex ct sudafricano dell’Italia. «E per la prima volta vidi sudafricani di tutti i colori e le religioni tifare insieme. All’inizio l’appello di Mandela a tifare per gli ‘amabokoboko’ non era stato preso bene dalla gente di colore. Ma quella partita per noi sudafricani oggi continua a significare molto più di una finale vinta. Perché significò arrivare tutti insieme ad un momento, magari breve, ma intensissimo, di unità nazionale». Il potentissimo all black Jonah Lomu fu fermato, Pienaar giganteggiò in difesa, il piede di Joel  Stransky piazzò 15 punti, compreso il drop nei tempi supplementari: 15-12 per gli Springboks. «Oggi ha sentito tutti i 63.000 dello stadio tifare per voi?», chiesero dopo il fischio finale a Pienaar. «No, oggi ho sentito 42 milioni di sudafricani tifare per noi». Poi la stretta di mano, la foto destinata a fermare il tempo.

«Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso», spiegava Madiba. Adesso che l’uomo dei miracoli ha chiuso gli occhi, toccherà a tutti, a quelli che amano lo sport in prima linea, essere all’altezza dei suoi sogni.

 

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