All Blacks, condannati a vincere

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Quelli che vincono. Sempre. Anche quando la sconfitta sembra stampata e il cronometro, il punteggio, gli avversari e gli dei tutti dello sport già ti hanno dato per morto, finito, spacciato. Out per il mondo, ma non per te, perchè dentro ti respira un orizzonte diverso, una forza che gli altri non trovano: l’incapacità di arrendersi. Il bisogno di estendersi: con l’ego e la statistica (da La Stampa).

Esempio? «Nessuno vuol fare parte della prima squadra degli All Blacks che perderà con l’Irlanda», aveva detto a inizio settimana Sean Fitzpatrick, leggendario capitano dei Tutti Neri, e i suoi nipotini ieri a Dublino lo hanno accontentato. Soffocati da una marea verde dentro l’Aviva Stadium ribollente di canti e di Guinness, tramortiti da tre mete nel primo tempo, indietro quando alla fine mancavano meno centimetri che secondi, l’hanno spuntata all’82esimo risalendo il campo spinti da una energia ossessiva, quasi vegetale. Meta di Ryan Crotty a tempo scaduto e trasformazione di Aaron Cruden per un sorpasso feroce e crudele, 24 a 22, con anche il thriller della trasformazione prima fallita, ma fatta ripetere dall’arbitro Nigel Owens per una leggerezza dei Verdi. Senza quegli ultimi due punti sarebbe stato un pareggio. Ma non sarebbe stato da All Blacks. Quelli che devono vincere per tradizione e per contratto, per il nero che portano addosso, per l’orrore di se stessi in caso di fallimento.

Così gli irlandesi sono finiti in lacrime e All Blaks si sono presi la prima “perfect season” nella storia del rugby professionistico: 14 partite e 14 vittorie nello stesso anno solare. Perché «vincere non è tutto, ma voler vincere sì», come ammoniva Vince Lombardi, il guru del football americano che con i Green Bay Packers arraffò quasi tutto ma non chiuse mai una stagione perfetta, il gioiello di purezza, come invece riuscì al suo collega Don Schula, allenatore dei formidabili Miami Dolphins del 1972: 17 vittorie in 17 partite, l’ultima al SuperBowl numero 7 contro i Washington Redskins. Nello sport di squadra la stagione perfetta è una mezza chimera, un cristallo da alchimisti. I campionati quasi sempre sono troppo lunghi: nel calcio ci sono riusciti il Ferencvarosi, lo Sparta Praga, altri team minori in campionati laterali. Il grande Brasile del 1970 dominò il Mondiale, qualificazioni e fase finale, tutte vittorie, ma non rimase candido nel resto dell’annata.

Non perdere non basta, amministrarsi non è sufficiente. Serve superiorità assoluta, o molta fortuna. Meglio:, entrambe, insieme ad una fede rampicante, pervasiva, cieca. «Non giudicarti da quello che hai ottenuto, ma da quello che avresti dovuto ottenere in base alla tua capacità», predicava John Wooden, lo stregone del basket Usa. Un mantra che hanno saputo applicare Edwin Moses, con le sue 122 gare vinte di fila in dieci anni sui 400 ostacoli fra il 19977 e l’87, o Rocky Marciano, che nel suo record da campione dei pesi massimi piantò la cifra della perfezione, 49 vittorie, zero sconfitte. Suzanne Leneglen nel tennis ci arrivò ad un soffio, anzi, ad un colpo di tosse, battuta (per ritiro) solo una volta in carriera in singolare, da Molla Mallory nel 1921. Per finire il disegno, inventarsi un anno perfetto, come quelli di Stenmark in slalom gigante alla fine dei ’70,  non basta l’estro, il talento. Bisogna piegare il destino ad una routine. Perché «l’eccellenza non è fatta di un solo istante», come ha provato a spiegare Shaqueille O’ Neal. «Tu sei quello che riesci a ripetere». Senza fine, fino alla fine.

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