Coppa Davis: cambiarla o amarla?

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La Coppa Davis quest’anno ha compiuto 113 anni, e qualcuno pensa che l’Insalatiera ormai sia arrivata alla frutta. Che abbia perso parecchio dello smalto cesellato nel 1900 sui suoi 103 chili da Durgin da Shreve, Crump & Low, argentieri in Boston, un tempo vicini di bottega di Paul Revere: tradizione immensa, ma presente stentato. Domani a Belgrado va in scena la 102esima finale, e a giocarsela saranno la Serbia di Novak Djokovic, n.2 del mondo, e la Repubblica Ceca di Tomas Berdych (n.7), ma non sempre negli ultimi lustri, come peraltro anche in Fed Cup, i più forti giocatori del mondo hanno onorato una competizione davvero globalizzata (120 nazioni partecipanti). Il caso eccellente è quello di Roger Federer, che per quasi tutta la sua carriera si è limitato a sudare dentro la maglietta rossocrociata il minimo sindacale per salvare la Svizzera della retrocessione. Colpa del calendario ormai asfissiante del tennis, si dice, e di un formato antiquato che impegna troppe settimane e troppe trasferte a professionisti miliardari che con la Coppa non alzano un soldo e per giunta faticano ad assorbirne lo spirito di squadra.

«Io la giocherei ogni quattro anni, come i Mondiali di calcio», spiegava la settimana scorsa a tavola Andre Agassi, fra un risotto alla Zafferano e una costoletta cucinata a Milano da Carlo Cracco. «Sede unica, tutti i più forti impegnati per una settimana, al massimo dieci giorni. E un bel montepremi. Così anche i big tornerebbero a giocarla». Molte federazioni, che quasi solo dai match casalinghi ottengono fondi e visibilità, avrebbero qualcosa da obiettare. In realtà è da anni che si parla di stravolgere la Coppa, ma se in passato erano soprattutto i denigratori ad avanzare proposte, ora il (presunto) declino preoccupa anche i suoi amanti. Come i capitani di Australia (Pat Rafter), Stati Uniti (Jim Courier) e Spagna (Alex Corretja, ora dimissionario). «Nessuno vuole vederla scomparire – sostiene Rafter – ma per evitare che si trasformi in uno spettacolo del tutto anacronistico bisogna cambiarla». Courier, come Agassi, vorrebbe vederla assimilata ai Mondiali di calcio o di rugby, «in modo da renderla più appetibile per le tv e i giornali», e anche per un pasdaran della Coppa come John McEnroe c’è bisogno di agire in fretta: «metà degli appassionati ormai non sa neppure più cosa sia e come funzioni la Davis, solo la Federazione internazionale finge di non vedere il problema». Un magnifico fossile, insomma?

«Ma il suo bello è proprio la sua difficoltà», ribatte Capitan Barazzutti, bi-capitano azzurro di Davis e di Fed Cup. «La Davis si gioca tre giorni di fila, tre set su cinque, io so quanto è duro perché l’ho provato. E la vinci la gioia dura poco, visto che rischi di finire in serie B tre mesi dopo. Eppure io la metto sopra a tutte le altre gare, perché ha un valore formativo. Poi Nadal, Djokovic, Murray l’hanno sempre giocata, e se altri big la snobbano, pazienza: la Davis è fatta per chi la ama. Io la cambierei solo per riportare da 16 a 32 i posti in serie A. Come un tempo». Basterà una lucidatina, a tenere vivo l’argento?

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Comments

  1. Bravissimo Stefano. Un bell’articolo!!.
    Andrea di “il cuore delle corse!”

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