Bosnia, la generazione d’oro cresciuta all’estero

Miralem Pjanic and Edin Dzeko

Safet Susic è uno abituato a gestire le situazioni complesse. Nel 1982, quando era giocatore, riuscì a firmare un contratto per due squadre, il Torino e l’Inter. Per negargli una improbabile ubiquità dovette intervenire l’UEFA, e il ragazzo di Zavidovići finì al Paris Saint-Germain. Un destino, quello dell’emigrante di lusso, condiviso da molti dei talenti bosniaci che proprio l’ex-centrocampista del PSG, oggi installato sulla panchina della nazionale, ha guidato alla storica qualificazione per i Mondiali brasiliani.

La Bosnia-Herzegovina è la più aggrovigliata e disastrata delle repubbliche create dall’implosione della Jugoslavia, lacerata da faide etniche fra serbi, musulmani e croati che la fine del conflitto non hanno risolto, tormentata dalla corruzione (anche nello sport), piagata da una recessione economica brutale (28 per cento di disoccupazione). Difficile immaginare che Sarajevo, Sebrenica o Mostar, all’indomani dell’apocalisse bellica, e in un paese che conta appena 3,8 milioni di abitanti, potessero fertilizzare miracoli sportivi.

E infatti la «zlatna generacija», la generazione d’oro del calcio bosniaco è fiorita (quasi) tutta all’estero. L’eccezione è Edin Dzeko, nato e cresciuto a Sarajevo, ma oggi punta di diamante del Machester City. Gli altri hanno dovito assaggiare la diaspora, un po’ come è avvenuto per i campioni serbi del tennis, da Novak Djokovic ad Ana Ivanovic: il “Principe” della Lazio, Pjanic, in Lussemburgo, Bikakcic in Germania, Medjunanin in Olanda, Begovic in Canada. Zvejezan Misimovic è nato in Germania da due emigrati di Bosanka Gradiska, ed è tornato in Bosnia solo dopo essere stato scartato dal Montenegro; Vedad Ibisevic, l’uomo che ha segnato il gol decisivo per la qualificazione contro la Lituania, ha imparato a giocare a St.Louis, negli States.

Leggenda vuole che da ragazzino, a fine anni ’90, anche Zlatan Ibrahimovic, figlio di un bosniaco emigrato in Svezia, avesse tentato di giocare per la nazionale paterna, bloccato però da una richiesta di denaro da parte della non trasparente dirigenza bosniaca. I bosniaci, del resto, fra gli ex jugoslavi hanno la fama di essere i più bravi a corteggiare la sfera – che si tratti di pallanuoto, calcio o basket poco importa. Una qualificazione importante l’avevano già sfiorata nel 2009, sconfitti agli spareggi per il mondiale sudafricano dal Portogallo, e poi nel 2011, beffati da un rigore poco chiaro con la Francia sulla strada per l’Europeo in Polonia e Ucraina.

Stavolta a far quagliare l’occasione è stato un gomitolo di concause: un girone più che abbordabile (Grecia, Slovacchia, Lituania, Lettonia e Lichtenstein), la qualita di un “djaspora team” che si è fatto le ossa nei maggiori campionati europei, e l’offensivismo obbligato di coach Susic. «Per molti giochiamo in maniera ingenua – si difende l’ex-golden boy – ma non posso fare altro con in squadra punte come Dzeko e Ibesivic e centrocampisti offensivi come Misimovic, Pjanic. Dobbiamo fare più gol del nostro avversario, snaturarci sarebbe sbagliato».

L’azzardo funziona, e non solo in campo, visto che il rissoso puzzle etinico bosniaco oggi impazzisce per una squadra che, svelenita da una giovinezza passata lontana dalle tensioni etniche e religiose, in nazionale sa addolcire le divisioni. «Il Paese spaccato da enormi problemi economici e sociali – spiega Susic – e anche il nostro calcio ne soffre. Ma giocare in Brasile ci aiuterà in tutte le direzioni. Anni fa era impossibile immaginare che serbi, croati e bosniaci tifassero insierme per la nazionale, oggi le cose sono cambiate. Questa è una squadra che unisce». Almeno fino a quando vincerà.

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Comments

  1. Ricordo la Bosna di Delibasic, mio cestista slavo preferito, campione d’Europa di pallacanestro. Sono stato a Sarayevo al primo meeting internazionale sportivo dopo la guerra: mi colpì la grande dignità di questo popolo che riempì lo stadio per l’altetica, cantò a squarciagola l’inno. Uno stadio circondato da campi verdi pini di croci bianche. Da allora, guardo alla Bosna con simpatia. E mi fa piacere il suo successo

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