Sachin Tendulkar, l’addio del Federer del cricket

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Il mese prossimo, dopo aver partecipato al suo 200esimo test match, Sachin Tendulkar si ritirerà. Una notizia che sicuramente in Italia passerà inosservata, ma che ha già gettato nello sconforto almeno un miliardo – dicesi: un miliardo – di sportivi sparsi in India e nel resto del mondo che considera il cricket non un oscuro passatempo anglosassone, ma uno sport da seguire, se non da adorare.

Già, perché il 40enne Sachin è il Roger Federer, il Michael Jordan, il Tiger Woods, il Maradona, il Muhammad Ali del più antico fra i giochi di squadra moderni. Il più forte battitore nella storia del cricket, con una lista di record sconfinata, inaugurata quando aveva appena 16 anni e che in patria lo ha reso un semidio. L’unico battitore capace di toccare le 100 “centurie” in campo internazionale (una centuria equivale ad un turno di battuta in cui si realizzano cento punti), l’uomo che ha realizzato 15.470 “run”, sorpassando il record del grande Brian Lara. Numeri che dicono poco a chi non mastica di cricket, ma che tutti gli indiani sanno snocciolare a memoria. Il 10 di ottobre, il giorno in cui Sachin ha annunciato il ritiro, le televisioni di tutto il sub-continente, da Delhi a Mumbai, da Varanasi a Chennai, ne hanno parlato ininterrottamente per 24 ore. Persino il discorso di Raul Gandhi, il probabile futuro primo ministro dell’India, è stato brutalmente interrotto per far spazio agli aggiornamenti sull’addio del fenomeno. Uno che sul “pitch” è stato capace di ridurre in lacrime i bowler, i lanciatori avversari – Master Blaster è il suo soprannome – ma che nella vita privata è un “role model”, un Mister Nice Guy alla Federer (che non a caso è suo amico): entusiasta seguace di Sai Baba, sempre sorridente, composto, gentile, elegante, nonostante l’enorme pressione che per quasi venticinque si è dovuto portare a spasso sui campi di tutto il mondo.

Immaginate Totti a Roma, e moltiplicate per un milione. «Sachin non può muoversi da nessuna parte senza che una moltitudine di gente non si butti a seguirlo – ha provato a spiegare un altro grande ex del cricket indiano, Sinil Gavaskar – E riuscire a vivere così 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana, e 365 in un anno, e riuscire lo stesso a gareggiare ad altissimi livelli, significa solo una cosa: che Sachin è un genio». Come ha detto qualcuno, al suo fianco George Clooney e lo stesso Lebron James o addirittura Tiger Woods si sentirebbero poco considerati.

Le sue qualità atletiche sono straordinarie: perfetta coordinazione fra occhio e mani, riflessi alieni, perfetto controllo del corpo e polso di ferro. Il tutto racchiuso in 165 centimetri: l’altezza dell’indiano medio. Non un superman, ma un superatleta capace anche di facilitare l’identificazione dei suoi tantissimi fan. Senza contare che Tendulkar ha ottenuto i suoi mille record sia nella versione tradizionale del gioco, quella che dura cinque giorni, sia nel formato one-day. «Per esser al suo livello – ha scritto un commentatore forse un filo entusiasta – Usain Bolt alle Olimpiadi dovrebbe vincere sia l’oro sui 100 metri sia quello nella maratona». E’ stato anche il primo milionario del cricket quando nel 1990 diventò testimonial della Pepsi, e cinque anni più tardi fu il primo sportivo indiano a firmare un contratto da 7,5 milioni di dollari all’anno per farsi rappresentare da una grande agenzia di mangement. Oggi il suo valore commerciale si aggira attorno ai 115 milioni di dollari. Il suo volto ha accompagnato il boom economico dell’India, apparendo in una infinità di spot, e aiutando l’enorme Paese asiatico a ricostruire la propria identità nell’ultimo quarto di secolo. Anche se nel periodo passato come capitano della nazionale non ha mai brillato e la sua carriera è stata messa in pericolo da un paio di infortuni seri, e stato grazie alle sue battute se l’India ha vinto la Coppa el Mondo disputata in casa e per la prima volta è salita al numero 1 del ranking mondiale. E’ stato il più Grande, in un Paese dove il cricket è addiruttura più importante di quanto il calcio non lo sia in Italia, Spagna o Argentina. «Il cricket è la mia religione, e Sachin è il mio dio», è qualcosa più di un proverbio da quelle parti. Come ha detto un suo compagno di squadra dopo il trionfo ai mondiali, «Sachin ha portato l’India sulle sue spalle per vent’anni, ora tocca a noi portare lui sulle nostre spalle». Il suo addio sarà un momento epocale per lo sport di un mondo sempre più globalizzato. Anche chi non conosce il cricket, ma ama lo sport, gli riservi un applauso silenzioso.

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