Nadal e Djokovic, una poltrona per due

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«Non andrò a letto pensando di essere il migliore del mondo». Invece è proprio così. Almeno da un mesetto Rafa Nadal aveva convinto anche i più scettici fra i mortali di essere tornato il vero numero 1 del tennis, da domani avrà dalla sua anche le silicee certezze del computer.

Battendo (per ritiro) Tomas Berdych nella semifinale di Pechino il Nino ha infatti riguadagnato aritmeticamente il primato mondiale che gli era sfuggito il 4 luglio del 2011, all’indomani della finale di Wimbledon persa contro Novak Djokovic. Guarda caso proprio il rivale spodestato che Nadal si è ritrovato di fronte nel big match del torneo cinese e che, come succede spesso nel tennis per via del meccanismo del ranking, lo ha battuto per la seconda volta quest’anno (la prima fu a Monte-Carlo).

Se il Vaticano ha due Papi, il tennis ha – o almeno ha avuto per un giorno – due numeri uno.

Sono i corsi, e le rincorse, della storia, anche di quella minima del tennis: nel 2008, pochi giorni dopo aver conquistato l’oro olimpico a Pechino, Rafa era diventato per la prima volta n.1 del mondo; la Capitale del Nord gli restituisce ora il primato, al termine di due anni abbondanti di splendori e miserie.

E ne ha dovute sopportare veramente tante, Rafa, in questi 26 mesi da vertigine. Dall’umiliante strapotere di Djokovic (fra 2011 e 2012 ci ha perso 7 volte di fila), al malanno al ginocchio che lo ha buttato fuori dal tennis per sette mesi da luglio 2012 al febbraio di quest’anno. Dalla macchina del fango di chi lo ha accusato (come Noah) di “aiutarsi” farmacologicamente, ai sorrisini di chi lo dava già per spacciato a 27 anni. Ma l’hombre di Mallorca è fatto di materiale raro, se non unico, refrattario alle avversità e agli scoramenti. Ci sono stati momenti duri, addirittura critici – uno per tutti quando ha dovuto decidere se operare o no il ginocchio sinistro sdrucito dalla sindrome di Hoffa. Ma alla fine Nadal, il più grande agonista della storia del tennis (e forse dello sport) ha recuperato a modo suo.

Da febbraio ha vinto 10 titoli e raggiunto 13 finali su 14 tornei giocati, perdendo appena 4 partite su 69 e conquistando per l’ottava volta il Roland Garros e per la seconda gli Us Open. Djokovic gli ha interrotto una striscia vincente di 21 match, e di 26 sul “duro”. Una stagione che rischia di avvicinarsi a Quando passava le sue giornate in palestra per rieducare il ginocchio, o a guardare il tennis in tv sprofondato sul divano di casa sua a Manacor, a sostenerlo sono stati il suo clan e la grinta da supereroe. Per tornare competitivo contro Djokovic e Murray ha migliorato il servizio, e accorciato gli scambi installandosi un dritto più aggressivo. Il ginocchio, rigenerato da una terapia a base di cellule staminali (legalissima, la sta utilizzando anche Kobe Bryant), non ha smesso di fargli male, ma ora il dolore è sopportabile.

Così, dopo il 13esimo Slam vinto a New York qualcuno ha iniziato a chiedersi se Rafa non sia ormai da considerare, al pari di Laver e Federer, uno dei più grandi di sempre. Al 99 per cento chiuderà l’anno da n.1, il primo a riconquistare per tre volte il primato di fine stagione dopo averlo perso. Un Muhammad Ali del tennis. «Quello che mi rende orgoglioso – ha detto ieri – è tutto quello che ho fatto per tornare a questo livello. Essere di nuovo n.1 è fantastico, ma non mi sento migliore di qualche ora fa. La cosa più bella è essere di nuovo competitivo contro chiunque, il miglior regalo di questo anno straordinario. Finire in testa il 2013 sarebbe speciale, ma per riuscirci devo vincere ancora». Mai sentirsi arrivati, nemmeno in sogno. Ecco la regola numero uno dei numeri uno.

 

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