Pietrangeli, 80 anni da campione

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Nicola Pietrangeli, ha già deciso cosa farà nei prossimi 80 anni?

«Non ho chiesto ai veggenti. Spero che mi rifacciate la stessa domanda fra 10 anni, poi vedremo».

 

Cosa l’ha avvicinata al tennis?

«Mio padre. Fino a 10 anni giocavo a pallone nei ragazzi della Lazio, ero bravo. Sono stato prestato alla Viterbese e alla Ternana. Adesso i calciatori prendono tanti di quei soldi, ma all’epoca io volevo viaggiare, e col pallone lo si faceva poco mentre avevo intravisto nel tennis un modo per andare in giro. Ai miei tempi già l’Italia mi bastava. Una volta sono andato a Napoli e mi son detto: “Vuoi vedere che arrivo fino a Milano?”. E poi ho avuto la fortuna di non aspettare. All’epoca i giocatori europei venivano fuori non prima dei 25 anni, io ho avuto la fortuna di anticiparli di almeno due anni».

 

Si ricorda la prima partita?

«In campo di concentramento, a Tunisi. Mio padre ci si trovava come tanti altri italiani e lì aveva costruito un campo da tennis. Noi andavamo a trovarlo ogni 15 giorni. Era distante, circa 300 chilometri di strada e avevamo una macchina sgangherata, era un viaggio faticoso. Una volta arrivai lì e mio padre aveva organizzato un torneo. Non si sa come lo avevano autorizzato a giocare la finale con me. Abbiamo vinto, il premio era un pettine fatto con le schegge di bombe che purtroppo non ho più. Era il 1945».

 

Quando arrivò in Italia la chiamavano “Er Francia”…

«Sì perché non parlavo una parola di italiano, solo francese e russo, perché mia madre era russa. Non ho mai studiato una parola di italiano, ma devo ammettere che è molto difficile che io faccia qualche errore. Diciamo che ho dimenticato il russo per imparare male l’italiano».

 

Com’era l’Italia a quei tempi?

«Era fantastica. Rispetto a oggi era tutto 100 volte più semplice, ma qualsiasi cosa te la gustavi 100 mila volte di più. La caramella di oggi te la tirano in faccia, quella di allora te la dovevi conquistare. Il bacio di una ragazza allora era il paradiso, stringerle la mano in mano al cinema era sensualissimo. L’Italia ha fatto presto a rinascere. Tutti i ragazzi di oggi dovrebbero tornare indietro di 50 anni e vedere come ci si dava tutti una mano. Detto da un signore anziano: era molto meglio. Basta guardare i politici. Vogliamo paragonare De Gasperi o Berlinguer con quelli di oggi? Togliatti mangiava in testa a tutti questi messi insieme. E non ne faccio una questione di destra o di sinistra. Quelli erano uomini con le strapalle. E parlo di uomini. Gente come Borghi, Pirelli, Valletta, quelli avevano le palle quadrate».

 

E il tennis? Come è cambiato?

«Prima si giocava a tennis molto per divertimento personale. Gli atleti di oggi non se lo possono più permettere, e fanno bene, perché su una partita magari ci sono 500mila dollari in palio: stanno un po’ più attenti. Prima era un divertimento, un bel modo per viaggiare, conoscere gente e belle ragazze. Era uno stile di vita molto più guascone. Probabilmente oggi farei la stessa cosa di Federer e Nadal. Finisci la tua carriera con 100 milioni di euro in tasca, e poi a 32-33 anni ti dai alla bella vita, ti diverti».

 

Chi è il Pietrangeli dei nostri tempi?

«Dovrebbe nascere a Tunisi, di madre russa…. In Italia Fognini gioca bene, solo che fa incazzare. Anch’io ogni tanto facevo arrabbiare perché sembrava che non ne avessi voglia. E’ questione di carattere, ma oggi il tennis è un mestiere e non ti puoi più permettere certi “vuoti d’aria”. E’ come l’avvocato che perde 3 cause di fila: dopo un po’ la gente non si fida più. Oggi purtroppo l’importante non è più partecipare, è vincere».

 

Sara Errani agli Us Open ha confessato di non riuscire più a giocare per la troppa tensione…

«Sara ha un fisico limitato, gioca contro “bestie” due palmi più alte di lei che tirano due volte più forte. Ha ripetuto la striscia di Schiavone, ha fatto il miracolo di San Gennaro. Spero tanto di sbagliarmi ma non vedo come possa ripetersi a quei livelli. La Schiavone secondo me non ha capito, dopo il suo trionfo, che le sue avversarie non giocavano più contro Francesca Schiavone ma contro la campionessa di Parigi. E la stessa cosa vale oggi per la Errani. La numero 40 del mondo gioca sempre la partita della vita per battere la numero 5».

 

La si vede spesso in tribuna: quali match la divertono ancora?

«Il doppio. Continuo a rompere le scatole alla Federazione internazionale perché obblighino tutti a giocarlo. 4 o 5 anni fa, per divertimento, a Roma, Federer e Nadal si iscrissero in doppio, e capitarono contro al primo turno. Sarebbe servito lo Stadio Olimpico, perché tutti volevano vedere quella partita.

Noi una volta giocavamo singolare, doppio e qualcuno pure il misto, tutto in cinque set. Molto spesso si giocava lo stesso giorno. Oggi hanno 14 massaggiatori, lo psichiatra, lo psicanalista, il dentista, il veterinario. Mi sembrano diventati tutti pazzi – ma non vorrei essere frainteso –, un po’ come i calciatori che oggi vivono nella bambagia. Mi ricordo di una che Maradona era andato in Argentina a giocare un incontro. Quando rientrò, tutti avevano paura fosse stanco. E lui: “Stanco? Ho 24 anni, ho viaggiato tutta la notte in prima classe, ho dormito: come faccio a essere stanco?’. Ogni tanto sento dire dei calciatori: ‘poveri, hanno giocato due volte questa settimana”. Ma come poveri? Quando vanno a prendere l’assegno a fine mese non sono poveri».

 

A proposito: è vero che ha inventato lei il calcetto in Italia?

«Mettiamola così: sono uno dei 10 che nell’inverno ‘48-49, al tennis Parioli in viale Tiziano, siccome pioveva e non sapevano che fare, sono andati su un campo e hanno messo due sedie per fare le porte. Così è nato il calcetto. Oggi ogni tanto mi chiedono: ‘Hai mai giocato a calcetto?’ Mi viene da ridere».

 

Confessi: avrebbe preferito fare il calciatore?

«Sono molto amico di Gianni Rivera. Un giorno gli ho detto: ‘Gianni non sai che culo hai avuto tu’. E lui: ‘perché?’ ‘Perché io non ho giocato a calcio!’ . Col pallone ero molto bravo. Mi sono allenato 3 anni con la Lazio di Maestrelli giocando tutti i giorni, e non perché ero l’amico dell’allenatore. Andavo lì la mattina e se arrivavo in ritardo prendevo la multa. Giocavamo a due tocchi e una volta ho detto a Maestrelli: ‘Mister, io ho 40 anni, fammi fare 3 tocchi’ E lui: ‘perché?’ ‘Perché questi appena prendono il pallone mi mozzicano l’orecchio!’ Ma lui: ‘No, no tu sei uguale agli altri: due tocchi, non rompere’. Una volta ho litigato con Re Cecconi, che giocava in nazionale, perché secondo lui in un’azione non gli avevo dato la palla come voleva. ‘Luciano, gli ho risposo, ma ti rendi conto di che complimento mi stai facendo?’ E lui: ‘Ah sì: hai ragione’. Quella alla Lazio è stata un’esperienza fantastica. Con Chinaglia, quando la partita non finiva in suo favore o pari, Maestrelli era costretto a fischiare un rigore, se no Giorgio si lamentava per due ore di fila».

 

Chi è stato il personaggio più straordinario che hai conosciuto fuori dal tennis?

«Ranieri di Monaco. Quando lui è morto il mondo ha perso qualcosa. Uno che ha mandato affanculo il Generale De Gaulle. Un altro personaggio straordinario era il Maharaja del Bahrein, che io chiamavo Pasqualino Maharaja. Uno dei miei più grandi rimorsi è di non essermi fermato da lui a Bombay al ritorno dall’Australia. Lì sicuramente ho perso la ‘chicca’ della mia vita».

 

Ma una volta è stato scambiato per De Cecco…

«Quella è stata la moglie di Frank Sinatra. De Cecco voleva entrare nel business del tennis e mi aveva chiesto un consiglio per gli appuntamenti su cui puntare. Gli avevo suggerito la East Coast e West Coast americana, con Indian Wells e Miami, i due tornei più importanti dopo Flushing Meadows. Così accettai e partii per Indian Wells. Era usanza che la sera prima dell’inizio del torneo Barbara Sinatra e Chris Evert organizzassero una cena di beneficenza. Visto che era la prima volta per De Cecco, mi consegnò un assegno importante, non ricordo più se 15 o 20mila dollari. Arrivo e dico a Chris: ‘Ho un assegno del Signor De Cecco’. Lei chiama Barbara e mi presenta come Nicola, senza fare cognomi. Lei subito mi ringrazia: ‘Oh Signor De Cecco!’ E io zitto. Poi chiama Sinatra, gli dice del regalo e mi invita al loro tavolo. Insomma: ho passato tutta la sera con loro, ho anche una foto che ho pubblicato nella mia autobiografia. Penso che a quell’epoca lui non facesse più foto perché non aveva piacere, ma lì non poteva evitare. Naturalmente al ritorno l’ho raccontato a De Cecco, ma non si sono arrabbiati, anzi. Sono stati molto contenti perché Barbara mi aveva confidato che a casa mangiavano solo pasta De Cecco».

 

Lei hai battuto Rod Laver, e ha visto giocare tante volte Federer: chi è stato il più grande di tutti i tempi?

«Non si può dire. Non ho mai giocato contro Federer, lui gioca a tennis come pochi, anzi forse come nessuno. Un altro che in campo sembrava Gesù Bambino era Sampras. Poi mi domando cosa avrebbe fatto Borg contro Federer… boh. Però sono d’accordo con molti giocatori – parlo dei vecchi – che se si fosse disputato un solo incontro, giocando ciascuno la propria miglior partita, Lew Hoad avrebbe battuto tutti. Anche Federer e Laver».

 

Federer, con le vostre racchette di legno, sarebbe stato lo stesso?

«Sì. sarebbe stato Federer 50 anni fa. Oggi con questi attrezzi giocano colpi che per noi erano inimmaginabili. E te ne accorgi soprattutto con le donne, perché gli uomini fanno meno impressione. Le donne rimandano di là palle che con una racchetta di legno non sarebbero arrivate alla rete. Adesso invece arrivano alla disperata e riescono a fare il passante. Sono state fondamentali le racchette e la condizione fisica. Prima eri un talento, e poi diventavi atleta. Oggi prima sei un atleta, se poi hai anche talento, meglio».

 

Ai vostri tempi c’erano problemi di doping?

«Mai sentito. Non avevamo i soldi per mangiare, figurarsi. La pastasciutta era il nostro doping».

 

Una partita che rigiocherebbe?

«La semifinale con Laver a Wimbledon, quando ero avanti due set a uno. Io con Laver ho giocato sei o sette volte, ma una sola sulla terra, a Torino. Una volta mi disse: ‘meno male che ho giocato con te una sola volta sulla terra’. A Torino vinse il primo set, poi ha rimediato 4 game in tre set. Purtroppo di quel match ho pochi ricordi. Ma non devo aver giocato male».

 

La partita di cui è più fiero?

«La seconda vittoria a Parigi, anche perché è stata particolarmente dolorosa visto che avevo tutti i piedi insanguinati; non avevo più la pelle sotto i piedi. Poi la finale dei Giochi del Mediterraneo con Santana a Napoli e il doppio non giocato, da capitano, in Coppa Davis contro il Cile nella finale».

 

Il suo rapporto con Panatta è stato contrastato. Lo è ancora?

«E’ una storia strana, perché Adriano è antifederale. Io non voglio sapere perché, ma io sono federale. Forse deve avere pensato che io non l’abbia difeso in alcune situazioni, Ma io non ho mai parlato male di Adriano, sfido chiunque a dirlo. Lui è nato per giocare a tennis. Aveva un talento straordinario anche se non era così forte fisicamente come poteva sembrare. Avrei sparato ai bambini piccoli, quando ho perso con lui la finale dei campionati italiani a Bologna, eppure ero in vantaggio 4 a 1 al quinto. A Firenze, l’anno dopo, è stato un bellissimo passaggio di testimone. Adriano lo stimo. Ricordo benissimo il giorno in cui è nato. Quando ci ho giocato contro, non sapevo che era Panatta. Dopo la finale mi ha detto: ‘La saluta papà’, gli ho chiesto: ‘e chi è papà?’. ‘Ascenzio’.‘Ma allora tu sei Ascenzietto!’. L’unica cosa che non gli perdono è che non doveva permettere che mi cacciassero da capitano di Coppa Davis, quella fu colpa sua. Prima di me avevano perso al primo turno con la Francia. L’unico merito che mi prendo è di averli portati in Cile. Il merito sportivo invece è dei giocatori, perché era molto facile fare la squadra. L’unica volta che avrei potuto sbagliare – anche se poi sono stati tutti bravi a dire che erano stati loro – è quando ho schierato Zugarelli in singolare a Londra, che vinse con Roger Taylor. Grazie a Tonino abbiamo vinto quell’incontro. L’anno dopo in finale, ‘per colpa di Adriano’, non abbiamo giocato il quinto incontro. Era 5-4 al quinto, 30-30 e servizio e ha fatto doppio fallo, contro Alexander. Se fossimo andati sul 2-2 non era detto che Corrado Barazzutti avrebbe perso. A quel punto non mi vollero più bene e l’anno dopo persero al primo turno contro l’Ungheria. Panatta perse contro un cameriere…».

 

Meglio Pietrangeli o Panatta?

«Ma non c’è partita! (ride, ndr). Basta guardare i risultati..».

 

Ma alla sua epoca i più forti erano fra i professionisti, Panatta invece ha giocato contro tutti i migliori.

«Quei professionisti, tranne Hoad e Rosewall, li ho battuti tutti. Anche Pancho Gonzalez, in un’esibizione al White City a Sydney davanti a 6.000 persone: 6-4 6-4, quando lui era numero uno. Gonzalez non sapeva più cosa dire. Io e Adriano abbiamo giocato insieme ma con 17 anni di differenza. Due volte ho perso 6-4 al quinto: dammi 17 anni in meno, e poi vediamo».

 

Lei è Mister Coppa Davis. La formula andrebbe cambiata?

«No, va bene così. A chi pensa di cambiarla, dico di guardare la reazione dei giocatori quando c’è un incontro importante. Se un nostro giocatore batte Nadal in un torneo qualunque fa notizia, ma se lo batte in Coppa Davis sta in prima pagina su tutti i giornali. Il facchino del treno, se la vittoria è in Coppa Davis, lo sa, e gli piace. Perché giochi per il tuo paese. Ma io ho le mie fisse sulla Davis, per me è come la mamma. Chi non gioca in Coppa Davis è solo un vigliacco. E poi penso che quando giochi a tennis sei un giocatore, quando giochi in Coppa sei un uomo. Perché devi tirar fuori gli attributi, e non puoi rifarti la settimana dopo, se perdi devi aspettare un anno.

 

Parliamo dei giovani: le piace Gianluigi Quinzi?

«Quinzi gioca molto bene. Anche se non ho capito quell’uscita sul presunto doping di Djokovic e Nadal».

 

Pensa che personaggi come le, Benvenuti, Thoeni, Panatta, abbiano contribuito a dare un’identità all’Italia attraverso lo sport?

«Non lo so. Oggi purtroppo gli unici che sembrano essere portatori di verità e giustizia sono i calciatori. E questo è un peccato. L’italiano non è uno sportivo, è un tifoso. Quando la gente piange miseria ma si fa l’abbonamento per il calcio, allora vuol dire che non c’è vera miseria. Basta guardare i deficit delle squadre. Non puoi pagare 200 milioni di euro un giocatore o dare a un allenatore un milione di euro puliti al mese. Oppure glieli dai, ma gli fai anche pagare le tasse. In Italia tutto va in malora ma il calcio non si tocca. Ho visto Juventus-Lazio di Coppa Italia: uno spettacolo da 10 euro. E ne devo pagare 250? Se vado al cinema mi diverto di più. Questo è il paese più bello del mondo. Peccato che ci siano gli italiani»

 

Cosa cambierebbe nel tennis?

«In Coppa Davis hai diritto al capitano mentre in torneo ti danno il warning per coaching se l’allenatore ti suggerisce qualcosa dalle tribune. E’ ridicolo. Se mi dà fiducia giocare con a fianco un amico, che problema c’è? Quella regola la cambierei subito».

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