Fognini ha imparato a vincere

Fabio Fognini allo stand adidas

Era il ragazzo che perdeva le partite già vinte, è diventato l’uomo che vince quelle ormai perse. Era il ribelle con molte cause (sbagliate), lo sperperatore di occasioni. Si è trasformato in un campione freddo nei momenti che contano, capace di ridere di un’epidemia di corde rotte – tre in quattro game, un record – salvare in scioltezza tre matchpoint e dimenticarsi anche gli sgarbi del giudice di sedia.

La maturazione è sostanziale ed epocale, e spiega come Fabio Fognini ieri battendo Federico Delbonis (4-6 7-6 6-2) abbia vinto ad Amburgo il suo secondo torneo in due settimane (dopo quello di Stoccarda contro Kohlschreiber), poi dicono che la Germania non ci vuole bene) e da oggi sia entrato fra i primi 20 del mondo. Numero 19 per la precisione, e n.1 d’Italia riscavalcando Andreas Seppi (23) a due anni di distanza. Da quando esiste il computer fra i tennisti (maschi) italiani solo altri 7 prima di lui, da Panatta a Seppi, erano riusciti a entrare nel recinto dei top-20.

Ma il 2013 è l’anno magico di “Fogna”, talento da sempre, campione vero solo da quando ha capito che a 25 anni era tempo di mettere i nervi in ordine, e non è detto che l’ascesa sia finita qui. Anzi. Gli obiettivi sono differenziati: da oggi è ad appena 105 punti dal n.15, mentre per i primi 10 ne servono 1000, un sesto grado, e lì servirà giocare bene anche sul cemento, soprattutto agli Us Open dove Fabio difende il terzo turno dello scorso anno, e nei tornei indoor, dove in scadenza c’è una finale a San Pietroburgo ma anche cinque leggerissimi primi turni. Londra, oh, cara.

Di sicuro c’è che la vittoria di Gianluigi Quinzi nell’u.18 di Wimbledon ha lanciato un luglio d’oro per il nostro tennis: Vinci ed Erani si sono divise la finale di Palermo, si è risvegliata la Pennetta, semifinalista a Bastad, in Austria è ripartita la Knapp, semifinalista anche lei. A Stoccarda una settimana fa Fabio si era preso il primo titolo Atp di una carriera decorata di allori parziali (i quarti a Parigi, i colpacci in Davis), ad Amburgo ha vinto un “500”, un torneone con una tradizione ultracentenaria dove in passato avevano trionfato anche Pietrangeli (1960) e Bertolucci (’77). Nomi grossi, roba seria, almeno per noi. L’ultimo successo così pesante, ragazze escluse, il nostro tennis l’aveva vissuto nel ’91 a Rotterdam con Camporese che in finale seccò addirittura Lendl. A sottrarre il grande scalpo a Fognini è stato il 22enne gaucho Delbonis, n. 114 a inizio torneo, esecutore sabato di un Federer sbiadito, ma Fabio in sette giorni ha battuto due top-15 come Haas e Almagro e in finale, oltre a Delbonis, ha sconfitto anche il fantasma del vecchio Fognini.

Sotto 6-4 4-1, dopo 3 incordature rotte per jella pura e un assurdo warning del giudice di sedia ha protestato, ma si è raccattato in fretta; poi ha raggiunto l’argentino sul 4-4, nel tie-break ha salvato tre matchpoint e nel terzo set è scappato via sull’abbrivio, come un grimpeur di razza sul Ventoux. Uno sprint che dura dalle semifinali di Monte-Carlo, il risultato di un puzzle vincente che mescola vita e mestiere. La voglia di riscatto di Fabio («lo so che visto in tv sembro antipatico, ma chi mi conosce sa che sono allegro e giocherellone»), la sapienza di coach Perlas, catalano come Guardiola, che lo ha preso in carico un anno fa: «è uno che soffre, lo alleno perché so quanta voglia ha di diventare grande». E la calma e la bellezza di Svetoslava Simeonova, magnifica fidanzata-modella bulgara: «lei è più grande di me – dice Fabio – sa come prendermi e come dirmi le cose».

Veloce di gamba e di mano, capace di anticipare pensieri e rimbalzi Fabio lo era sempre stato. Gli mancava il timing interiore, la messa a fuoco con se stesso. Ora che l’ ha trovata restano due obiettivi: «voglio vincere anche sul veloce. E poi ogni tanto ricasco in comportamenti che non piacciono alla gente e soprattutto non piacciono a me: vanno eliminati del tutto». La strada per i top-10 passa anche di lì.

 

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