Guardiola contro Vilanova, e il Barca soffre

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Il «Barcelonismo» più che uno stile di vita e di gioco è (sarebbe) una fede profonda, un’etica, un’ideologia radicata nella storia della squadra che, come recita l’arcinoto slogan, è «mes que un club». Ultimamente, però, più che un club il Barca sembra un reality-show. Una di quelle trasmissione dove presunti amici si tirano addosso stracci e contumelie, utilizzando argomenti scabrosi se non incresciosi. A inquietare i tifosi blaugrana, al netto dei problemi fiscali di Messi e del non rinnovo del contratto all’icona-Abidal, guarito dal cancro ma rimasto senza ingaggio, è la lite a distanza fra Pep Guardiola e il suo successore in panchina Tito Vilanova. Il primo a scomporsi era stato qualche giorno fa Guardiola dal ritiro del Bayern. «Il Barcelona ha usato la malattia di Vilanova per danneggiarmi», ha sibilato il Pep furioso, per giunta in catalano per non farsi smagare dei tedeschi. «Me ne ero andato a seimila chilometri di distanza, ma neppure lì mi hanno lasciato in pace. Costringermi a giustificarmi per i rapporti con un caro amico è di cattivo gusto, non lo dimenticherò mai. A New York io e Tito ci siamo incontrati una volta (Vilanova si stava curando lì un tumore alla parotide, ndr), se non si è ripetuto non è stato per colpa mia». Che a Guardiola stesse sullo stomaco il presidente Rosell e che avesse digerito malissimo la decisione di annunciare l’ingaggio di Vilanova come nuovo allenatore proprio nel giorno del suo addio, in Catalogna lo sapevano tutti. La furia dell’ex-monumento però ha sorpreso anche il resto del mondo. E a sbugiardare il traditore è stato proprio il suo antico vice Vilanova: «Guardiola ha torto, nessuno ha usato la mia malattia contro di lui, anzi. Io sono incantato di come i dirigenti si sono comportati con me, aiutando anche la mia famiglia. Pep invece mi è venuto a trovare solo una volta in due mesi, non per colpa mia. E’ un amico, lo considero ancora tale, ci conosciamo da 28 anni ed è stato il primo a dirmi che facevo bene ad accettare il posto da allenatore al Barca. Ma quando avevo bisogno di lui, lui non c’era». Credere al reietto Guardiola significherebbe scalfire l’immagine nobile del club, mettere in dubbio la santità del «barcelonismo». Rinnegarlo definitivamente, impacchettandolo nel ruolo dell’ex pieno di bile, costringerebbe a togliere uno dei quadri più importanti dal salotto dei ricordi. Più che un club, insomma: un caso di coscienza.

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