Froome l’astronauta del Tour

Froome astronauta

Con quattro scatti si è scrollato di dosso il mondo ed è salito in orbita. Gli altri umani, troppo umani. Lui, Chris Froome, il Neil Armstrong del Tour. Si è fatto trainare sulla piattaforma di lancio da quelli della Sky, soprattutto da Porte, poi ha scalato il Ventoux come se avesse i razzi: prima scremando il gruppo, poi piantando Alberto Contador in debito d’ossigeno in quel Mare della Tranquillità che sembrano gli ultimi chilometri del monte, a poco più di sette chilometri dall’arrivo. Infine raggiungendo e bruciando con due accelerazioni impressionanti anche Nieve e quella sfinge coraggiosa di  Nairo Quintana, il colombiano  che aveva attaccato a quindici chilometri dall’arrivo e che fino agli ultimi 1800 metri aveva anche provato a resistergli.

Il keniano bianco lo aveva promesso venerdì, pieno di stizza fredda, quando Contador gli aveva preparato l’imboscata in pianura, e lo ha mantenuto ieri: il ha vinto la tappa più lunga del Tour (242 km) e staccato di un altro minuto e 40” secondi Contador, che ora in classifica è terzo a 4’45” dietro all’olandese Mollema (4’14). Prima degli Champs Elysées ci sono ancora le Alpi, soprattutto il tappone dell’Alpe d’Huez, ma è il padrone della corsa ormai è lui.

A shoccare è stata soprattutto la calma, la glaciale ferocia con cui ha voluto prendersi anche la vittoria di tappa, scalando i 20 km del Ventoux in 47’40”: Armstrong nel 2002 aveva impiegato quasi un minuto in più (48’33”), Contador nel 2009 era andato più lento di un minuto e 17 (48’57”), Pantani nel 2000 quasi di un minuto e mezzo (48’59”). Confronti che fanno un po’ rabbrividire. Come del resto vederlo sfidare il Monte Calvo incollato al sellino, mulinando i polpacci a frequenze impossibili per gli altri che gli arrancavano dietro en danseuse, solo il volto pallido che ciondolava sul corpo magro da marionetta. Si è distratto giusto il tempo di scambiare qualche parola con l’ammiraglia attraverso l’auricolare, e per sibilare un paio di frasi a Quintana prima si stroncarlo con l’ultimo sprint. «Non immaginavo neppure io una cosa del genere – si è rilassato alla fine, dopo un attacco di tosse che gli ha restituito umanità – questa salita significa tanto al Tour, specie nella centesima edizione. Quando ho raggiunto Nairo ho pensato che io avrei tenuto la maglia gialla e lui vinto la tappa, e in effetti avrei potuto anche lasciargliela, ma avevo ancora qualcosina nelle gambe e ho pensato soprattutto a guadagnare più tempo possibile».

La tappa era partita al mattino con una fuga in cui si erano infilati Rolland e Peter Sagan, poi a provarci, nel giorno della presa della Bastiglia, con centinaia di migliaia di tifosi imbandierati nel tricolore e sparsi lungo il tracciato, era stato il francese Chavanel. Sagan dopo aver raccolto i punti dei traguardi volanti ha anche dato spettacolo, impennando come un ragazzino in gita per la gioia delle telecamere, ma appena si è arrivati ai piedi del Ventoux e il gioco si è fatto duro, i duri hanno iniziato a giocare. Chavanel è stato ripreso, Nieve e Quintana hanno provato a sorprendere tutti ma Porte ha iniziato ad accendere i reattori e si è trascinato dietro Froome, Kreuziger e un pimpante Contador, mentre Evans e Valverde scivolavano indietro, trascurabili. Poi il decollo in quattro stadi di Froome, che per per il direttore sportivo della Sky, Dave Brailsford «ha dimostrato semplicemente di essere oggi il più forte scalatore al mondo». Oggi tappa di riposo, domani il Tour parte per la sua ultima settimana, quella decisiva. Ma l’impressione è che persino le Alpi, viste dalla Luna e dall’astronave di Froome, siano piccole piccole.

 

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