Bartoli vs Lisicki, la finale delle sorprese

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E’ l’altra meta dell’altra metà del cielo che va in finale. Sabine Lisicki contro Marion Bartoli, la francese ipercinetica contro la nipotina di Steffi Graf, la numero 15  contro la numero 24 del mondo. Nell’anno delle sorprese, insomma, ai Championships non ci sarà nemmeno una top-10 a giocarsi il titolo – e in fondo è giusto così. La Bartoli, che oggi ha smantellato 6-2 6-1 la buona volontà e la bella storia di rinascita della belga di Kirsten Flipkens, in finale qui c’era arrivata già sei anni fa. Sconfisse a sorpresa Justin Henin ma poi si inchinò a Venus Williams.«Allora ero più giovane – dice oggi Marion dai lunghi capelli – e mi sembrava tutto un sogno: la finale di Wimbledon, Venus Williams come avversaria, il mio idolo Pierce Brosnan che mi guardava dalle tribune. Oggi sono cresciuta. E migliorata».

Sabine Lisicki in una grande finale fino ad oggi non aveva mai messo piede, ma nel 2011 era già arrivata in semifinale proprio qui. In una parita lunghissima – due ore e 18 minuti, 6-4 2-6 9-7 – e a tratti molto spettacolare, come rarissimamente accade fra le donne, ha sradicato dal torneo la finalista dello scorso anno, Agnieszka Radwanska.  Agnese la Maestrina, numero 4  del mondo nel terzo set, a forza di fosforo, taglietti e intuizioni cartesiane era arrivata sul 3-0, era convinta di aver domato le sfuriate dell’avversaria e si sentiva già in tasca la seconda finale a Curch Road  (dopo quella persa contro Serena l’anno scorso). Invece la nuova Graf, una che serve 200 all’ora e anche con il dritto ammacca le radici del Centre Court, alla fine l’ha spuntata sulla Piccola Hingis. La storia del tennis, in fondo, si può scrivere anche seguendo la trama delle reincarnazioni.Né la francese né la tedesca (che però ha cromosomi tutti polacchi) hanno mai vinto uno Slam, e a Wimbledon è dal 1998 che una tennista non spunta il primo major della carriera (allora fu Jana Novotna). Per la Germania è la prima finale Slam dai tempi di Steffi Graf, sconfitta qui dalla Davenport nel 1999, ma vincitrice un mese prima a Parigi.

La Lisicki nel 2010 ha sofferto un infortunio gravissimo alla caviglia, che le è costato mesi di stop. Per questo è una una fan dello sciatore Hermann Maier («ha rischiato di perdere una gamba ma è tornato grande, il suo libro mi ha ispirato») e del quarterback americano Drew Brees, «perché nessuno pensava potesse riprendersi dall’infortunio alla spalla»). L’impressione è che un po’ tutti tifino per lei, e non solo perché a tutti piacciono gli happy end. Sabine dalla sua ha l’età  -23 anni contro 28 – è più bella da vedere, più sorridente e in campo non pare una tarantolata come la Bartoli, che pure è una ragazza dall’intelligenza rara – 140 di Q.I. -, e nelle interviste non è mai banale. A condannarla, nell’immaginario dei fans, sono i chiletti di troppo, il broncetto da strega, e soprattutto i pugnetti, le mossette un filo isteriche, i colpi mimati nell’aria fra uno scambio e l’altro. «Ma non lo faccio per intimorire le avversarie – si difende lei – e infatti alla fine con Kirsten ci siamo scambiate un abbraccio molto affettoso. Sono fatta così, in campo vivo dentro la mia bolla, penso solo al mio tennis. I colpi nell’aria li mimo da quando avevo sette anni, ci sono dei filmati in cui faccio gli stessi gesti che mi vedete fare ora».

A iniziarla al tennis è stato babbo Walter, un ex medico corso che per seguire la carriera della figlia ha abbandonato il camice e perseguito un sistema didattico tutto suo, molto particolare, un filo ossessivo, che per anni ha sollevato i dubbi e le ironie di tutto l’ambiente. Dall’inizio di quest’anno Marion però lo ha silurato – come coach, non come babbo… – sostituendolo con l’ex campionessa di Wimbledon Amelie Mauresmo e con Thomas Druet, l’ex allenatore di Bernard Tomic (sì, quello a cui l’iracondo papà dell’australiano quest’anno ha rotto il naso a testate).

E probabilmente la sua maturazione, la sua serenità di giocatrice, se non di donna, ne hanno tratto beneficio. «Ma per la finale papà arriverà, non vi preoccupate», ha scherzato ieri Marion, che fra i suoi tanti talenti ha anche quello della pittura. In campo è una furia, ma sulla tela usa colori chiari, gentili, e dipinge tenerissimi bambini che si baciano in punta di piedi su prati ancora più verdi di quelli di Wimbledon. «Per rappresentare il mio torneo dipingerei qualcosa di allegro e sorridente, perché ora mi sento proprio felice. Il titolo potrebbe essere “lo spirito dell’amore” (e se andate a visitare il suo account di Twitter un quadro con questo titolo lo trovat e già, ndr), perché ho amato ogni secondo che ho passato in campo. Questa finale è il frutto della mia passione, del tanto lavoro in allenamento, penso proprio di meritarmela. Sì, credo che cercherei di fare un piccolo quadro alla Manet, con un po’ di cielo grigio e poi il sole che splende dappertutto». Bonne chance, Marion.

 

 

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