Wimbledon ’73, Kodes e il boicottaggio

wimbledon1973

«Sa cosa risponderei ai tennisti che volessero boicottare oggi Wimbledon o un altro Slam?», chiede Jan Kodes, sprofondato in un divanetto, un sorrisetto caustico disegnato sul volto blasé da David Niven mitteleuropeo. «Fate pure. Accomodatevi. E poi li squalificherei per cinque anni».

Kodes, praghese, classe 1946, negli anni ’70 è stato uno dei giocatori più eleganti del circuito. Un figlio nobile della grande tradizione danubiana: tagli, smorzate, impeccabili volée. Non un servizio devastante, ma grande geometria nei polsi, molto fosforo in testa. E cattiveria (agonistica) quanto basta. Nella sua lunga e onorata carriera ha vinto due volte a Parigi, tre a Roma, due volte è arrivato in finale agli Us Open. Ma è ricordato soprattutto per essersi intascato nel 1973 la più controversa delle 127 edizioni dei Championships, quella  passata alla storia per il boicottaggio dei giocatori.

Il professionismo era stato sdoganato appena da cinque anni, l’Atp, il sindacato dei tennisti, era neonato, le prime classifiche computerizzate sarebbero uscite da una sputacchiante stampante solo un mese più tardi, in agosto. I professionisti erano appena stati riammessi alla Coppa Davis e in maggio il croato Niki Pilic, per non perdere i danè di un lucroso contratto firmato nel ‘68 con il circuito “pro” di Lamar Hunt, il Wct, aveva disertato un match di Coppa Davis in Nuova Zelanda.

La federazione yugoslava lo aveva squalificato e per protesta il baby sindacato, fra le polemiche avvelenate dei puristi e della stampa lealista e infiniti turbamenti di coscienza, decise per lo sciopero nel Tempio. Non per soldi, ma per denaro. Anzi per un principio: quello di essere liberi di guadagnare denaro con il tennis.

Uno scandalo, un affronto allo sport, si disse e si scrisse. Aderirono in 81, fra i quali i nostri Panatta e Bertolucci, 13 delle 16 teste di serie, compreso il defending champion Stan Smith, Ken Rosewall e John Newcombe.

I “crumiri” iscritti all’Atp furono tre: Nastase, l’Andy Murray di allora, Roger Taylor, e il carneade Keldie. Fra gli indipendenti più quotati si ribellarono allo sciopero i giovanissimi Borg e Connors, e fra gli altri appunto Kodes e il giorgiano Alex Metreveli – ancora finti dilettanti e soprattutto sudditi di due paesi comunisti – che arrivarono a sopresa in finale.

«L’Atp allora non fece la cosa giusta», continua Kodes. «Ebbi la sensazione che i tennisti fossero strumentalizzati per ragioni “politiche”, e la cosa non mi piaceva. Io vivevo in Cecoslovacchia, sotto un regime comunista, quindi ero sensibile all’argomento». Per Kodes non fu un torneo semplice, nonostante le assenze che comunque non tennero lontano il pubblico. Cinque set contro il “barone” italiano Pietro Marzano, battaglie all’arma bianca con gli indiani Mukherjea e Amritraj, un’ordalia contro Taylor, che aveva eliminato Borg, in semifinale. «La cosa sorprendente fu la sconfitta nei quarti di Connors contro Metreveli. Alla vigilia pensavo al massimo di arrivare in semifinale. E quando in finale mi ritrovai davanti Alex – dice Kodes, curvando le spalle – tutta la pressione del mondo mi arrivò addosso».

Una tensione molto politica. Metreveli nel tennis era l’immagine dell’Unione Sovietica, il Grande Fratello che solo quattro anni prima aveva stritolato con i carri armati la primavera di Praga. «Giocarmi Wimbledon contro di lui fu una motivazione in più, ma alla vigilia ero nervosissimo, per me sarebbe stato meglio Nastase, che pure era più forte. Fra le sei e le nove di sera della vigilia ricevetti non so quante telefonate, dalla Cecoslovacchia tutti mi raccomandavano di batterlo. Alla fine chiesi all’albergo di non passarmi più telefonate. Metreveli mi aveva battuto in Coppa Davis, poi sull’erba era allenato perché l’Urss lo mandava ogni anno a giocare i tornei in Australia. In campo però iniziai bene, e la spuntai in tre set (6-1 9-8 6-3) anche se il secondo set lo vinsi al tie-break, il primo della storia in una finale di Wimbledon».

Per il mondo del tennis fu comunque una vittoria dimezzata. «L’Atp sostenne che il torneo era stato falsato dallo sciopero, anche se Smith da gran signore mi inviò un telegramma di congratulazioni. Così mi misi in testa di vincere anche gli Us Open per smentirli. A New York ebbi sfortuna. In semifinale battei proprio Smith, avrei potuto farcela in tre set, invece mi innervosii per una cattiva chiamata e ne impiegai cinque. Il giorno dopo in finale persi contro Newcombe, che era più riposato. Se avessi vinto sarei stato il primo n.1 del mondo del computer, invece mi misero dietro a Nastase, Newcombe e Smith». Le sconfitte sono state sempre sullo stomaco a Kodes, famoso anche per le accuse di doping al francese Jauffret dopo un k.o. a Parigi («ma fui frainteso») e per le spinte al supervisor Michele Brunetti durante una storica partita con Zugarelli al Foro: «entrò in campo per cambiare una chiamata e non ne aveva il diritto. Oggi siamo amici, ma allora mi disse “siamo in Italia, posso fare quello che voglio” e mi andò il sangue alla testa». Ancora meno gli va il tennis a rischio noia di oggi. «Colpa dei coach, che ai ragazzini insegnano solo a picchiare. Se guardo Djokovic… Però mi piacciono i vostri italiani, Roberta Vinci e Fabio Fognini: Fabio ha talento, può fare grandi cose». Per cambiare il tennis basterebbe «tornare alla tradizione, giocando di più su terra e erba e lasciando perdere le superfici sintetiche. E comunque di boicottaggi non c’è proprio bisogno, perché oggi girano tanti di quei soldi. Io dovevo pagarmi l’hotel e al circolo andavo in metropolitana, oggi in uno Slam se perdi 6-0 6-0 6-0 al primo turno incassi 20 mila dollari e ti pagano tutto. Un sogno, ai miei tempi». Per trasformarlo in realtà, però, c’è stato bisogno anche di quello sciopero.

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