Campbell, l’ombra del doping sulla Giamaica

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Una freccia che cade, un dubbio che sale. La velocista positiva al doping di cui si parlava da qualche giorno è Veronica Campbell Brown, campionessa giamaicana che vive e si allena negli States, una delle donne più titolate nella storia dell’atletica: 16 medaglie fra Olimpiadi e Mondiali, fra le quali spiccano i due ori sui 200 metri ad Atene e Pechino, più quelli mondiali a Daegu nel 2011e Osaka 2007 (sui 100 metri). Il 4 maggio scorso al Jamaica Invitational le hanno trovato nel sangue un diuretico, un prodotto che serve a coprire altre sostanze proibite, le controanalisi hanno confermato il verdetto, probabilmente già la settimana prossima la federazione mondiale dell’atletica la squalificherà. Un caso simile a quello di Marion Jones ma che stavolta colpisce la patria di Usain Bolt, l’isola dei miracoli che da 10, 12 anni a questa parte si è trasformata da terra di grandi sprinter a superpotenza assoluta nella velocità. Sollevando perplessità che ora iniziano a decollare. La Giamaica già nel dopoguerra aveva iniziato a vincere medaglie pesanti  – gli ori nei 400 metri di Windt ai Giochi di Londra 1948 e l’argento nei 100 di McKenley nel 1952 -, poi aveva portato avanti la tradizione con Lennox Miller e Don Quarrie fra anni ’60 e ’70. In oltre cento anni di Olimpiadi, da Atene ad Atene erano arrivati però “solo” 7 ori nelle specialità veloci, nelle ultime due edizioni addirittura 10. Se si allarga il calcolo al podio, gli antillani c’erano saliti 26 volte fino ad Atlanta (1996), ma ben 37 volte da Sydney (2000) a Londra (2012).

La Campbell, 31 anni, è nata a Trelawny come Bolt. Da molti anni si allena con il marito Omar Brown negli States ma è stata portabandiera della Giamaica a Pechino nel 2008, l’anno dopo è stata eletta donna dell’anno; insomma, un monumento che rischia di decadere a simulacro e trascinare nel fango un intero movimento. E’ la prima sprinter di grandezza assoluta a cadere pesantemente nella rete dell’antidoping, ma non certo la prima giamaicana.  Un paio di giorni fa la Wada ha squalificato per 6 anni l’olimpionica Dominique Blake (400 metri), oltre che Ricardo Cunningham (800 metri), negli anni scorsi era toccato fra gli altri anche a Shelly-Ann Fraser, 8 ori olimpici, la prima donna giamaicana a vincere l’oro ai Giochi sui 100 metri: sei mesi di sospensione fra giugno 2009 e gennaio 2010 per un antidolorifico utilizzato – secondo l’interessata – per curare il male ai denti. E al campione mondiale dei 100 metri Yohan Blake, compagno di allenamenti di Bolt, argento nei 100 e nei 200 metri a Londra, fermato nel 2009 per tre mesi insieme a Sheri-Ann Brooks e a Marvin Anderson per l’uso di uno stimolante non compreso nella lista Wada ma assimilabile ad altri proibiti. L’elenco delle infrazioni più o meno leggere potrebbe continuare, ovviamente senza contare Linford Christie e Ben Johnson, giamaicani di nascita ma cresciuti all’estero. Mancava il grande shock per sdoganare il sospetto di un doping di sistema. Il caso Campbell ora rischia di scatenare una tempesta, attorno a tanti fulmini.

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