Errani, felice di essere sbranata

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Non è sembrata una partita di tennis, ma un documentario del National Geographic, uno di quelli in cui la pantera abbranca e strazia in un amen la malcapitata gazzella, insanguinando la savana. Quarantasei minuti di pasto feroce che ai più vecchiotti  hanno ricordato una strage ancora più efferata, giocata – pardon: perpetrata – sullo stesso centrale da Steffi Graf nella finale del 1988, 6-0 6-0 in 34 minuti contro la povera Natalia Zvereva.

Stavolta Sara Errani in semifinale è riuscita a strappare un game in più alle fauci di Serena Williams, a trattenere le lacrime, persino a reagire con ammirevole autoironia, alzando le braccia al cielo in segno di vittoria quando Serenona, allargando per un attimo i canini, le ha consentito il game della bandiera.

Analizzare attraverso i numeri una strage del genere sarebbe inutile prima ancora che crudele, ma un dato va sottolineato a discolpa dell’azzurra. In un match del genere ha commesso appena 3 errori su 68 punti, contro i 40 vincenti della Williams: non è stata lei ad offrirsi, ma l’altra a divorarla. L’anno scorso fa a Wimbledon a Sarita era capitato di perdere un set intero contro Shvedova senza raccoglierne nemmeno un quindici; stavolta l’esperienza è stata più traumatica, eppure meno angosciante, quasi irreale.  «Nessuno ci crederà – ha buttato là – ma sono riuscita anche a divertirmi. E’ stato quasi bello assistere allo spettacolo, Serena ha giocato in maniera incredibile. E poi io mi sono piaciuta. Anche se da fuori magari non è sembrato, c’ho provato fino all’ultimo. All’inizio mi sono detto che non poteva giocare così per tutta la partita, che il mio momento sarebbe arrivato: semplicemente, non è arrivato».

Un simile divario fra la n. 1 e la n. 5 del mondo, per giunta finalista uscente, può sconcertare. Si può abbozzare una spiegazione ricordando il divario fisico fra la Williams e la Errani, che sul campo fanno l’effetto di figurine prelevate da presepi di scale diverse; oppure il fatto che come tutte le fuoriclasse Serena è relativamente più vulnerabile nei primi turni di uno Slam. E sottolineando come il servizio davvero esiguo di Sara – 119 kh all’ora contro i 180-200 della Pantera – sia una dolorosa aggravante. Ma la verità ultima l’ha sintetizzata benissimo proprio la vittima di giornata: «oggi le prime 3 del ranking giocano un livello sopra le altre. E Serena ancora un livello sopra». Fra questa Williams, ferocemente determinata a prendersi il suo 16° Slam e il 2° Roland Garros (dopo quello del 2002), e le avversarie c’è probabilmente di più: un salto nella evoluzione tennistica della specie. La salute ritrovata dopo l’infortunio al piede e l’embolia, insieme con le amorevoli attenzioni del suo coach-fidanzato Patrick Mouratoglou, le hanno restituito una efficienza fisica e mentale da predatrice alfa. Forse solo la defending champion Maria Sharapova, che dopo aver faticato ieri tre set contro la Azarenka affronterà la Pantera domani in finale, può tentare di sottrarsi al pasto. Ma è una speranza, meglio una illusione, da vegetariani.

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