Panatta, ritorno a Parigi con McEnroe

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Gli amanti, prima o poi, tornano sempre sul luogo del diletto. «Mi fanno festa tutti, la Navratilova, carinissima, la Hingis, la Martinez. Io a dire il vero di alcuni mi sento il papà, sono un po’ imbarazzato. Comunque tornare qui, rivedere lo stadio, gli amici, mi fa veramente piacere». La notizia è che Adriano Panatta è tornato a Parigi, per giocare, 37 anni dopo il suo trionfo sul centrale. «Un giorno mi ha chiamato Mansour Baharami e mi ha detto: vieni al Roland Garros per il torneo delle leggende? C’è John McEnroe che vuole giocare con te. Gli ho chiesto se stava scherzando. Invece, eccomi qui». Per la prima volta da tennista, da quando ha attaccato la racchetta al chiodo nel 1983.

Nel 1976 il Roland Garros era già un luogo dei sogni, ma più raccolto, intimo, confidenziale. «Eh sì, dai miei tempi è cambiato parecchio», sorride Adriano, che forse ne approfitterà per farsi consegnare una copia della coppa vinta nel 1976, andata smarrita in qualche trasloco. «Adesso è veramente grande, sembra dieci volte il Foro Italico. Ma un po’ troppo pieno, più “attufato”…».

Panatta giovedì smetterà i panni del turista de-luxe per esordire in un girone all’Italiana che comprende anche le due coppie McNamara-Stich e Gomez-Woodforde (do you remember?), ma oggi a mezzogiorno ha già un campo prenotato per allenarsi con Johnny Mac: il Genio originale, quello che incantò il mondo trent’anni prima di Federer. «Roger è fenomenale – dice Adriano, assediato dalle telecamere come ai vecchi tempi – il più forte di tutti, l’unico che potrebbe giocare anche oggi con le racchette di legno che usavamo noi. Però McEnroe è l’unico grande dei mei tempi che non sono riuscito a battere». Anche perché Mac Jesus, anni 54, di nove anni più giovane, non è esattamente un contemporaneo di Adriano. Un ammiratore sì, però. Sui campi si sono incrociati solo due volte, sempre a San Francisco, nel ’78 e nel ’79, la seconda volta nella finale di Coppa Davis, una delle quattro giocate, tutte in trasferta, dalla più grande squadra azzurra di sempre. «Lui allora era al massimo, io già verso i trent’anni, e sul veloce era davvero inavvicinabile, devo ammetterlo». Al Roland Garros però Adriano gioca in casa: è stato l’unico in grado di fermare Bjorn Borg, nel ’73 e nel ’76, mentre a John – ingrigito più del suo compagno di doppio, ma sempre luciferino, anche inguainato dal gessatino grigio da commentatore tv – ha sempre mancato il coppone dei Moschettieri (che allora non si chiamava ancora così), fallendo una finale mitologica con Lendl nel 1984. «Quando ci siamo incontrati mi ha detto: stavolta devi portarmi tu alla fine del torneo. Scherzava, ma mica tanto. John è un rompiscatole, uno che ci tiene a vincere. Per prepararmi mi sono allenato, ho giocato una decina di volte: con mio fratello, con Vincenzo Santopadre. Non vedete come sono dimagrito? Diciamo che sul campo me la cavo, anche se il servizio è un po’ arrugginito. Però con John ho un arma. Se “rompe” troppo posso sempre rispondergli che io parlo solo con chi questo torneo lo ha vinto…».

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