Steffi Graf: «La mia vita è una foto di successo»

Graf tagliata

Al Roland Garros, dove ieri è iniziato il torneo, Steffi Graf ha vinto primo e l’ultimo dei suoi 22 Slam. Da una Martina all’altra: nel 1987 era una 18enne terribile che in finale superò il mito Navratilova, nel 1999 una veterana ancora in grado di tenere a bada il talento e i capricci della Hingis. Fra pochi giorni, il 14 di giugno, Steffi compirà 44 anni. Lo sguardo azzurro è quello di sempre, il fisico anche, nonostante due gravidanze, eppure gli anni del tennis sembrano così distanti. Oggi vive negli States, è ambasciatrice di un marchio prestigioso come Longines e si occupa soprattutto di bambini: i due figli che ha avuto da Andre Agassi, Jaden Gil e Jaz Elle, e quelli che aiuta attraverso la fondazione di suo marito e la sua, Children of Tomorrow, che segue bambini traumatizzati dalle guerre. «La terra è la superficie su cui sono cresciuta, mi ci sentivo a mio agio»,  racconta. «Nel 1999 avevo quasi 30 anni, la gente mi chiedeva perché non smettevo, invece finii per trionfare. Fu la partita in cui Martina Hingis contestò una palla nel mio campo. Indimenticabile. Fu la vittoria che mi diede la serenità per affrontare la vita dopo il tennis».

E’ stato un passaggio difficile?

«No, anzi. Negli ultimi anni, soprattutto quando mi infortunavo spesso, avevo avevo già iniziato a pensarci. E ritengo una grande fortuna che sia io sia Andre oggi possiamo dare una priorità ad aspetti della vita che da giovani avevamo dovuto trascurare».

I bookmakers da anni scommettono sui futuri successi dei vostri figli: ma Jaden e Jaz giocano a tennis?

«Jaz un paio di volte alla settimana, ma preferisce la danza. Jason al momento è preso dal baseball. E’ bello vedere che hanno scelto da soli il loro sport».

Lei e Agassi siete stati baby-campioni: è giusto che i genitori spingano i figli a diventare professionisti?

«Gli altri ti possono spingere all’inizio, poi arriva un momento in cui il desiderio deve diventare tuo, e devi decidere se vuoi portare avanti quel progetto. Io e Andre siamo cresciuti in un ambiente non facilissimo, però abbiamo avuto modo di vivere esperienza straordinarie attraverso il tennis. Ed è merito dello sport se ci siamo incontrati».

Lei cosa voleva fare da piccola?

«Pensavo che sarei diventata una veterinaria o una naturalista, infatti sono impegnata con il WWF. Ma credeteci o no, il mio grande sogno sarebbe stato fotografare per il

National Geographic. Ho avuto la fortuna di vedere come lavorano, quante migliaia di scatti ci sono dietro una piccola foto pubblicata. Per un servizio impiegano dai 4 ai 6 mesi. Quando vado in un posto anch’io faccio sempre delle foto, ma non ho altrettanto tempo a disposizione».

Che soggetti preferisce?

«Mi piacciono i ritratti. Amo catturare ciò che sta attorno ad una persona, e mi piacciono anche le foto di guerra. I miei fotografi preferiti sono Sebastiao Salgado, per come sa raccontare una storia attraverso la gente e gli ambienti, e James Nachtwey».

Nel 1999 a Parigi iniziò anche la sua love-story con Agassi . Fu un colpo di fulmine?

«Macché, all’inizio pensavo fosse un tipo da cui guardarsi. Per incontrarmi Andre fece chiamare il mio agente dal suo, con una scusa bizzarra. E quello è il modo sbagliato per trattare con me».

Due anni fa a Parigi Andre mi disse che non c’è una cosa che sa fare meglio di lei, tennis compreso: è vero?

«Che gentleman! In realtà il matrimonio significa migliorare insieme, imparando a compensare le debolezze di uno con la forza dell’altro. Ci si dà i turni».

Scriverà mai un libro come “Open”, l’autobiografia shock di suo marito? Anche lei non ha avuto un rapporto facile con suo padre.

«Ho visto Andre passare anni a preparare quel libro: un processo lungo, doloroso. Io non potrei, sono troppo protettiva verso la mia privacy».

Segue ancora il tennis? I successi della sua ex-avversaria Serena Williams la soprendono?

«Gioco qualche volta  per beneficienza, e durante gli Slam cerco di tenermi aggiornata. Serena  non mi sorprende: è un fenomeno, ha una potenza fisica incredibile».

Sono passati vent’anni dall’accoltellamento di Monica Seles: l’ha sentita?

«No. Il nostro è sempre stato un rapporto difficile. Mi sono chiesta per anni se desiderasse che io la chiamassi, per parlarne insieme, ma non sono sicura che sia così. Tutta la sua vita è stata condizionata da quell’attentato. Lo so perché ho una fondazione che segue i bambini traumatizzati e ho imparato molto sulla psicologia ».

Cosa pensa della parità di montepremi fra uomini e donne nello sport?

«Argomento difficile. La domanda è: ci impegniamo duramente come gli uomini? La risposta è sì. Quindi ce la meritiamo».

Però non giocate al meglio dei cinque set, sostiene qualcuno.

«Ai miei tempi l’ho fatto, al Masters, ed era dura. Il corpo maschile può sopportare sforzi maggiori, però se fossero poche volte in un anno, le finali degli Slam, credo sarebbe possibile».

Sa che anni fa in Italia in un sondaggio sulle 10 cose per cui vale la pena vivere comparvero anche “le gambe di Steffi Graf”?

«Wow! Che bel complimento. Sono sorpresa».

Vista la forma, non dovrebbe. Cosa si ricorda del torneo di Roma e dell’Italia?

«Un pubblico molto, molto appassionato. E poi i match con Gabriela Sabatini, la

città, il cibo, e il Colosseo uno dei posti che mi hanno impressionato di più al mondo».

Per chiudere: meglio essere ricordata come la più grande tennista di sempre o come una mamma perfetta?

«Come buona madre. Non mi aspetto di essere perfetta, ma se i miei figli pensano che io sia una buona madre e mio marito che sono una buona moglie, sono felice. Il tennis per me è una cosa del passato».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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