Io Rafa Nadal, campione ed educatore

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La grande giornata non c’è stata, la replica della finale da leggenda del 2006 non è andata in onda. E la responsabilità stavolta è stata soprattutto di Roger Federer, un Federer troppo brutto per essere vero: 6-1 6-3 in un’ora e 9 minuti, senza mai dare l’impressione di poter infastidire Rafa Nadal, che così si è portato a casa il settimo titolo al Foro Italico (su 8 finali). Da oggi il Nino torna n.4 del mondo, ma nella “Race”, la classifica che registra solo i risultati dell’anno in corso, con 6 successi in otto finali giocate nel 2013, è già numero 1. Un ritorno davvero da sogno.

Rafa, sorpreso da una vittoria così facile?

«Sorpreso sì, ma il tennis è questo. Anche a me sono capitate giornate del genere: nel 2011 al Masters, 6-3 6-0 proprio contro Federer. Ogni giorno è diverso, e chiunque può battere chiunque, nel tennis di oggi. Per questo vado sempre in campo con grande rispetto per tutti i miei avversari. E umiltà. Può succedere anche a me a Parigi».

E in quel caso cosa farebbe?

«Stringerei la mano al mio avversario e me ne andrei a casa, che altro? Il mondo non finisce con una partita».

Quale è stato il suo mondo nei sette mesi che ha passato lontano dal tennis?

«Quello di sempre: gli amici, la famiglia, la pesca. Poi ho migliorato il mio handicap a golf: ora sono 3,4. Non male, no? ».

Ce la fa ad arrvare a 0?

«Credo di sì, si tratta solo di costanza e allenamento. Però ho capito non sarò mai un professionista, nel golf».

Il ricordo più brutto di quel periodo?

«Il tarlo del tennis che mi girava in testa, in continuazione. Quando pensi a rientrare è difficile divertirti veramente con il resto».

Ha pensato di sposarsi e fare dei piccoli Nadal?

«Certo che mi piacerebbe, e credo che lo farò in futuro. Ma ora è ancora presto».

Il segreto per tornare così grande così in fretta? Non avrà mica allungato la racchetta come ha fatto Sara Errani l’anno scorso?

«I segreti sono allenamento e umiltà, sempre. La mia Babolat ha un nuovo logo, piuttosto credo che essere rimasto sempre fedele allo stesso marchio mi abbia aiutato, come mi aiutano anche le nuove corde nere, che mi danno più “spin”».

Dell’infortunio non vuole più parlare, perché?

«Perché ne ho parlato troppo. Adesso sto bene, posso di nuovo programmare la mia stagione. Sono fatto così, non mi piace parlare dei malanni, dovete accettarlo».

Federer, a quasi 32 anni, sembra un po’ appannato. Lei ne ha quasi 27, fino a quando conta di giocare e cosa vorrebbe fare dopo?

«Chi lo sa? Nessuno può vincere per sempre, io cerco solo di allontanare il momento in cui devi smettere. Per dopo ho qualche progetto in mente. Non so ancora se avrò voglia di viaggiare, penso di sì, perché sono uno che ama tenersi impegnato. Mi attira l’idea di fare il coach, soprattutto ai ragazzini».

Su Apple Store c’è già l’app della Rafael Nadal Tennis Academy: qual è il progetto?

«E’ il mio pogetto prioritario. Voglio fare qualcosa di buono. Non solo costruire grandi campioni, che comunque è la cosa su cui lavoreremo, con un centro di altissimo livello. Ma voglio fare qualcosa che vada anche oltre lo sport. La maggior parte dei ragazzini che iniziano a giocare non arrivano a diventare professionisti, io vorrei prepararli anche ad avere una buona educazione, impostata su valori sani. Proprio come è stato per me».

Ha detto che le piace viaggiare: c’è una città dove le piacerebbe per una volta fare il turista?

«Roma. E’ la città più bella del mondo, devo assolutamente conoscerla meglio. Adesso ci arrivo di corsa dopo Madrid, poi devo subito scappare: non va bene».

A Parigi ha vinto tantissimo, ma forse i francesi non l’hanno sempre amata, vero?

«E’ vero, non sono sempre stati dalla mia parte. Ma non posso dire di aver sentito mai il pubblico espressamente contro di me. E’ un pubblico che capisce di tennis, e poi come potrei non amare un luogo così speciale?».

Dove si sente più amato?

«Nell’America latina: giocare lì lo scorso inverno è stata una emozione speciale. E poi qui a Roma: la finale del 2006 non l’avrei mai vinta senza il pubblico del Foro».

Ha seguito i successi di Alonso con la Ferrari? Gli ha mandato un messaggio?

«Gli avrei mandato le felicitazioni per il successo a Barcellona. Ma sfortunatamente non ho il suo numero di cellulare».

Senta, la possiamo ancora chiamare Nino, o ormai è diventato troppo grande?

«A ventisei anni, purtroppo non sono più un bambino. Però continuo a sentirmi giovane, magari non nel mondo del tennis, ma nella vita sì».

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